di Enzo Beretta
«Ben dodici condanne per reati contro il patrimonio», una «personalità incline alla violenza estrema» e «l’atteggiamento tenuto dopo il delitto» di Danielle Chatelain, quando bevendo una birra ha «tentato di accreditare» con una commerciante di via Oberdan «la versione di un moto improvviso di rabbia che avrebbe scatenato l’omicidio». Sono questi, insieme ai «sentimenti di rancore e vendetta» verso la vittima, gli elementi che utilizza il tribunale del Riesame di Perugia per rigettare l’istanza di scarcerazione di Renate Kette.
Azione violenta Nell’ordinanza, mediante la quale viene confermata la custodia cautelare in cella per l’albanese, i giudici mettono in evidenza le «possibilità di reazione inidonee» della 73enne «rispetto all’azione violenta compiuta dalla Kette, donna con corporatura normale di 53 anni». Renate – spiega il collegio presieduto da Giuseppe Narducci e dai colleghi Luca Semeraro e Marco Verola – ha agito in maniera dolosa in quanto le violenze contro la Chatelain sono state «ripetute ed esercitate con molta forza».
LA FOTOGALLERY DEL DELITTO IN VIA OBERDAN
Epilogo del conflitto Secondo i giudici il delitto è stato «l’epilogo di una situazione di conflitto» tra l’assassina e la vittima, una situazione in cui «la mancata accettazione della Kette di non essere più gradita dall’anziana» sarebbe spesso sfociata in episodi violenti.
Rancore e vendetta E’ pur sempre «macroscopica la sproporzione tra l’atteggiamento di Danielle e il gravissimo delitto compiuto». La motivazione del gesto è «basata su sentimenti di rancore e di vendetta» ed è «abnorme la pretesa dell’indagata di voler rimanere a tutti i costi» in quell’appartamento del centro storico di Perugia. Nelle cinque pagine di ordinanza sono anche menzionati gli alias dell’assassina – compagna della figlia morta di Danielle – e il suo «tentativo di accreditare una versione dei fatti molto distante» da ciò che è emerso durante le indagini della squadra mobile, coordinate dal pm Giuseppe Petrazzini.
La difesa Durante la confessione l’indagata ha spiegato che «avrebbe dovuto sopportare a lungo, senza mai reagire, un comportamento ingiusto della Chatelain e il delitto sarebbe stato compiuto in preda ad un improvviso moto d’ira». L’avvocato Saschia Soli ha tentato di convincere il Riesame che il delitto di via Oberdan non era stato volontario bensì preterintenzionale e che dovevano cadere le aggravanti dei futili motivi dell’assassinio, della minorata difesa della vittima e della provocazione. L’istanza è stata rigettata. L’aggravante della crudeltà era già stata annullata dal gip Lidia Brutti. Renate Kette rimane in carcere.
