di Francesca Marruco
L’aggravante è quella di «avere agito nonostante la previsione dell’evento». E l’evento è la morte, o meglio l’omicidio colposo plurimo aggravato di Fabio Giaimo, Enrico Cioli e GianLuca Trevani, i tre sub che morirono intossicati da una quantità letale di monossido di carbodio durante un’immersione alle Isole Formiche il 10 agosto scorso, e le lesioni colpose plurime aggravate causate a Marco Barbacci e Maurizio Ciocca, che si immersero lo stesso giorno e per fortuna non morirono. La procura di Grosseto, dopo il niet ricevuto dal gip per la richiesta di rito immediato chiude dunque le fila per l’indagine sulla morte dei tre sub perugini e si appresta a chiedere il rinvio a giudizio dei presunti responsabili, dopo la notifica del 415 bis. Con una novità però: ci sono una terza persona indagata e una società. Si tratta di Daniela Lucciola, amministratore unico della Underwater Activity Srl, che vanno ad agiungersi agli indagati già noti Andrea Montrone e Maurizio Agnaletti, titolare e collaboratore del diving in cui i sub mìnoleggiarono le attrezzature.
L’accusa In particolare, per la procura di Grosseto, Lucciola e Montrone avrebbero ricaricato le bombole con due «vetusti compressori – uno del 1979 e uno del 1997 – collegati con tubi di aspirazione artigianali, dotati di raccordi precari ed inidonei ad evitare contaminazioni, di lunghezza insufficiente ( la Bauer consiglia una lunghezza di almeno 3 metri mentre misuravano 140 cm uno e 80 cm l’altro, ndr) e collocati ad altezza insufficiente ad evitare che lo scarico di fumi indotto dai motori dei compressori, in azione per il caricamento delle bombole, potesse venire aspirato dai tubi, e quindi finire all’interno delle stesse bombole ricaricate». Inoltre, secondo l’accusa, i tubi, già inidonei erano anche «posti ad altezza inferiore alla copertura in vetroresina e alla tenda parasole messe a copertura della parte poppiera dell’imbarcazione, tenuto conto della conformazione dell’imbarcazione stessa, con il cabinato e la copertura come contenimenti per possibili sacche di aria inquinata generate dall’azione combinata dello scarico dei compressori tenuti in funzione in sovraccarico per circa 4 ore consecutive e in condizioni climatiche ( scirocco, umidità, caldo e bassa pressione), ponendo gli scarichi dei compressori sopravento rispetto alla presa d’aria di riempimento delle bombole, determinandosi in tal modo delle sacche d’aria inquinata finite all’interno delle bombole».
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Filtri scaduti Lucciola e Montrone avrebbero inoltre «utilizzato i vetusti motori compressori per un uso prolungato nel tempo, ripetuto e massiccio a cui erano inidonei ( anche 4 ore consecutive al giorno per più giorni consecutivi specie nella stagione estiva, per anni) e con filtri diversi da quelli prescritti dalla ditta costruttrice Bauer ( hanno inserito o fatto inserire filtri predisposti per motori elettrici sui compressori a motori a scoppio alimentati con benzina), per giunta scaduti in pessimo stato di conservazione, con lo scarico delle marmitte di entrambi i compressori, orientati verso la ventola di raffredamento». La procura contesta ad entrambi anche di aver «agito in violazione delle norme tecniche d’installazione dell’impianto di ricarica, in particolare senza nessuna verifica effettuata da personale tecnico abilitato».
Alla festa mentre si caricavano le bombole Al solo Montrone la procura contesta invece di aver «di fatto delegato tutte le operazioni di ricarica deele bombole a bordo dell’imbarcazione Emery Island all’Agnaletti – suo dipendente a nero nella conduzione di attività di diving – soggetto privo della necessaria esperienza e formazione specifica in materia». La procura non si limita a dire che ha delegato tutto a qualcuno non qualificato, ma sottolinea anche cosa fece Montrone, mentre nelle bombole entrava il monossido killer che il giorno dopo uccise tre sub esperti. Infatti, viene ricostruito nel capo d’imputazione, Montrone, dopo aver dato un breve cambio ad Agnaletti, si diresse verso il porto di Talamone per svolgere dei lavori su due barche, per poi «partecipare ad un festeggiamento di un anniversario di matrimonio su una barca, e per poi andare a cena a Magliano, senza mai verificare che le operazioni di caricamento delle bombole fossero state condotte ed ultimate in sicurezza e correttamente dal suo dipendente». Montrone, intervistato da Umbria24, subito dopo la tragedia, dichiarò di aver caricato personalmente le bombole adottando tutte le cautele del caso, come faceva da 23 anni.
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Formazione inadeguata Entrambi, Lucciola e Montrone, sono responsabili per la procura di aver «delegato all’Agnaletti senza avergli dato complete e precise istruzioni, anche mediante un manuale d’istruzioni della casa produttrice in relazione alle precauzioni da adottare durante le fasi di ricarica in ragione del rischio del monossido di carbonio», «senza assicurarsi che Agnaletti ricevesse una sufficiente e adeguata formazione in materia di salute e sicurezza, e in relazione ai rischi specifici dell’attività». Ad Agnaletti, nello specifico, la procura contesta invece di avere condotto tutte le oeprazioni di ricarica «senza avere adottato le necessarie precauzioni» e «rimanendo per la maggior parte del tempo al di fuori dell’imbarcazione, sul molo antistante e quindi senza potersi rendere conto della formazione di sacche d’aria inquinata da onossido di carbonio in corrispondenza dei tubi di aspirazione dei compressori». Alla società Underwater Activity e in conseguenza al suo amministratore unico Daniela Lucciola e al Montrone quale amministratore di fatto, la procura contesta anche un illecito amministrativo perché il reato di omicidio colposo, secondo l’accusa sarebbe stato attuato anche «con violazione delle norme antinfortunistiche», «a vantaggio o comunque nell’interesse della società, utilizzando persone non adeguatamente formato», e co «minori costi per la società». Adesso i tre indagati avranno 20 giorni di tempo per chiedere di essere interrogati, poi per loro sarà tempo di richiesta di rinvio a giudizio.
