
di Marta Rosati
Non ha risposto al giudice Mohamed El Messaoudi, il 43enne marocchino ristretto in carcere dal pomeriggio di martedì per il tentativo di femminicidio ai danni della moglie Fatiha di cui è ritenuto responsabile. Il giudice per le indagini preliminari, Francesco Maria Vincenzoni, ha confermato la custodia cautelare in carcere.
«Il mio assistito si è avvalso della facoltà di non rispondere, anche perché non parla italiano, quindi ho richiesto la traduzione dell’ordinanza che emetterà il gip e quanto prima mi recherò in carcere con l’interprete per poter parlare con lui», ha commentato il difensore, l’avvocato Andrea Solini.
A dire che «al momento non ci sono sviluppi» è stato l’avvocato della famiglia El Afghani, Valentino Viali, intenzionato a capire «perché il braccialetto elettronico non ha funzionato o se ha funzionato male. Il dispiacere di tutti – ha detto – è che questa situazione si poteva evitare, o perimetrare, se lo strumento avesse funzionato, perché il giudice aveva adottato tutte le misure adottabili, ossia il divieto di avvicinamento con il braccialetto elettronico».
Giovedì familiari e amici della 44enne, ridotta in fin di vita dal marito, si sono ritrovati davanti al Tribunale di Terni in occasione dell’udienza di convalida del fermo dell’uomo. Tra questi c’è la sorella della vittima del tentato femminicidio. A Umbria24 rivela: «Siamo distrutti. Perché ha fatto questo? Fatiha ha fatto solo del bene, anche a lui. Lei lavorava e portava i soldi a casa. Lui pensava solo a dormire, andare al bar e picchiare lei». Erano sposati dal 2024; il rito era stato celebrato in Marocco. Aveva paura Fatiha? «Sì, era preoccupata. Altrimenti non avrebbe sporto denuncia. Voleva solo stare tranquilla ma lui non si è mai allontanato davvero e prima del fatto di sabato scorso, qualche volta aveva suonato il braccialetto».

