di En.Ber.
È in corso davanti al giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Perugia, Margherita Amodeo, il procedimento per bancarotta fraudolenta legata al fallimento di una società perugina di forniture alimentari dichiarata insolvente nel luglio 2021. Tra gli imputati figurano una donna romena di 44 anni, amministratrice di diritto della società, e un italiano di 56 anni, ritenuto dagli inquirenti amministratore di fatto dell’azienda. Nel corso dell’udienza di questa mattina l’avvocato Michele Morena, difensore dell’uomo, ha chiesto per il proprio assistito il rito abbreviato.
Accusa Secondo quanto contestato dalla Procura di Perugia nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari i due avrebbero sottratto o distrutto in parte la documentazione contabile della società, impedendo la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari almeno a partire dal 2019. Sempre secondo l’accusa, parte della contabilità aggiornata solo fino al 31 dicembre 2018 sarebbe stata rinvenuta dal curatore fallimentare presso lo studio del commercialista della società.
Beni Agli imputati viene inoltre contestata la distrazione di beni mobili iscritti nel libro cespiti della società. Nell’elenco figurano attrezzature professionali, elettrodomestici, dispositivi elettronici, caldaie, congelatori, notebook, televisori e macchinari da cucina acquistati tra il 2013 e il 2018, per un valore complessivo di diverse migliaia di euro. Secondo la ricostruzione accusatoria tali beni sarebbero stati sottratti o dissipati prima del fallimento.
Somme Un ulteriore capo di imputazione riguarda presunte distrazioni di denaro dalle casse societarie. La Procura contesta movimentazioni per oltre 23mila euro tra il 2018 e il 2021, somme che sarebbero state versate su conti correnti personali riconducibili agli imputati o comunque prelevate senza giustificazione contrattuale. Contestata anche la distrazione di ulteriori ottomila euro e di circa 3.200 euro relativi – secondo gli inquirenti – a bonifici eccedenti le somme effettivamente dovute come stipendi.
Indagini Sempre secondo la Procura gli accertamenti avrebbero evidenziato la cessione a terzi di beni componenti il magazzino della società per un valore indicato in almeno 135mila euro, senza che i relativi corrispettivi risultassero reintegrati nei conti aziendali. Il curatore fallimentare – viene riportato negli atti – non avrebbe rinvenuto rimanenze né disponibilità liquide al momento dell’inventario successivo al fallimento della società.
