di Francesca Marruco

«Poiché nessuno faceva nulla, ho deciso di farmi giustizia da solo: ho preso un piede di porco, ho preso il furgone e sono andato a Perugia da Polizzi per menarlo come lui aveva fatto con Valerio». E’ la mattina del 13 maggio quando Riccardo Menenti, in carcere insieme al figlio Valerio perché accusati di aver ucciso Alessandro Polizzi, decide di confessare. Una confessione a metà si dirà poi, in cui ammette solo ciò che non può negare.

La confessione «Ho parcheggiato il mio furgone dietro la strada superiore – spiegava Menenti senior al pm Antonella Duchini e al capo della mobile Marco Chiacchiera -, ho forzato il portone del palazzo. Sono salito, ho dato tre spallate alla porta e sono entrato. Ero armato di un piede di porco e, appena entrato in camera, ho visto un gran riflesso metallico, allora gli ho bloccato il braccio. Polizzi aveva in mano qualcosa di metallico, nel cercare di disarmarlo gli ho piegato la mano e ho sentito un’esplosione».

La pistola Secondo la versione di Riccardo Menenti, «la pistola, che mi dicono essere stata ritrovata in corridoio, non è possibile perché la colluttazione è avvenuta in camera da letto quando sia io che Polizzi eravamo in piedi». Julia Tosti, sopravvissuta alla furia assassina di Menenti racconta un’altra storia però:  che l’omicida, dopo aver finito Alessandro torna da lei in camera e la colpisce col piede di porco. La  procura non crede neanche che la pistola l’avesse avuta Polizzi in casa ma Riccardo fino ad ora non ha ritrattato nulla e questa è l’unica verità che ha fornito.

I colpi e la fuga «La colluttazione – riferiva ancora Menenti – è continuata, io sono stato colpito da qualcosa di metallico alla fronte. Quando poi il ragazzo si è accasciato, mi sono sentito prendere alle gambe e ho menato con il piede di porco tre o quattro colpi, poi ho visto accendersi le luci delle scale e sono scappato». Menenti nell’interrogatorio specificò anche che nel corso dell’aggressione indossava dei guanti. Particolare questo che implica molti grattacapi per la difesa che deve giustificare la presenza del suo Dna da cellule di sfaldamento sul cane di una pistola che dice non essere di sua proprietà e che, secondo il suo racconto, avrebbe dunque toccato solo quella volta coi guanti.

Ho fatto tutto da solo Riccardo Menenti, che tramite i suoi legali Mattiangeli e Tiraboschi, nei prossimi giorni potrebbe chiedere di essere nuovamente interrogato dal pubblico ministero,  aveva anche  specificato che «non c’è nessun concorso con mio figlio, è stata una cosa che è partita esclusivamente dalla mia testa» e che aveva «mentito al gip quando aveva dichiarato di essere estraneo ai fatti e di aver dormito a  Todi con la moglie». A Todi ci ha dormito quella notte, ma da solo, come lui stesso ha spiegato, dicendo anche di aver bruciato nel camino tutto quello che indossava.

La denuncia non ascoltata Davanti al magistrato e al capo della mobile, Menenti racconta delle  aggressioni di Polizzi al figlio Valerio e dice che dopo la seconda avevano sporto denuncia. «Io pensavo che avendo presentato denuncia ai carabinieri intervenissero per fermare queste aggressioni, invece sono passati due mesi e non è successo niente». Poi si arriva all’ultimo pestaggio, avvenuto il venerdì precedente: «Da lontano ho visto una persona sulla barella tutta sporca di sangue e ho creduto che Valerio fosse morto. Non so descrivere le sensazioni che ho provato, vedere un figlio morto non è descrivibile».  Come molto probabilmente non lo è vederselo ammazzare da un uomo che potrebbe essergli  padre e che vuole vendicare il sangue del suo sangue, con altro sangue.

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