L'attesa in aula a Firenze

di Francesca Marruco

Prima colpevoli e poi innocenti. Poi un processo tutto da riscrivere. Arriverà nella serata di oggi la sentenza per il processo d’appello bis ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito. I due ex fidanzati, condannati in primo grando a 25 e 26 anni di carcere per l’omicidio di Meredith Kercher, assolti dalla Corte d’Assise d’Appello di Perugia, rischiano ora concretamente una nuova condanna.

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La misura cautelare Il sostituto procuratore generale Alessandro Crini ha chiesto per loro una condanna a 30 anni per Amanda e 26 per Raffaele. Il magistrato, nella chiusura di replica, aveva anche chiesto alla Corte presieduta dal giudice Alessandro Nencini, che in caso di condanna venisse applicata una misura cautelare mirata a non permettere loro di non sottrarsi all’applicazione della giusitizia. Che può voler dire arresto, ma anche domiciliari, o divieto di espatrio.

Lunghi anni La storia dei due ex fidanzati, che sin dal momento del loro primo interrogatorio dopo gli arresti di novembre del 2007, si sono sempre dichiarati innocenti, vedrà oggi aggiungersi una parte fondamentale a quella che ormai è diventata una storia non solo giudiziaria, che implica anche diversi paesi, e che, in caso di condanna, potrebbe anche creare acredini diplomatiche tra Italia e Stati Uniti.

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Amanda in America Perchè Amanda Knox, rientrata in Usa subito dopo la sentenza di assoluzione dell’ottobre del 2011, non ha nessuna intenzione di rimettere piede su suolo italiano. Amanda, in una lettera inviata alla Corte di Firenze ha detto di non essere venuta in Italia per paura di essere nuovamente arrestata e per paura che la veemenza dell’accusa possa influenzare i giudici che dovranno giudicarla. Knox, che ha anche scritto un libro con le sue memorie, ha sempre detto di essere stata un’amica di Meredith e non certo la sua aguzzina. Anche Sollecito, ha ripetuto più volte di non essere un assassino spietato e di essere stato perseguitato.

LA FAMIGLIA DI MEREDITH

Gli indizi A carico dei due ex fidanzati, nel corso di anni di processi, sono stati portati tanti elementi: indizianti si è detto. Non prove. Non sfugge a nessuno che in questo omicidio, per cui solo Rudy Hermann Guede è stato condannato in via definitiva a 16 anni, non ci sono ‘prove regine’. Non ce n’è neanche una. E’ la lettura dei vari indizi, che, di volta in volta ha fatto la differenza nel pronunciamento dei giudici.

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I tre gradi E così, se per quelli di primo grado «nessun elemento ha confermato che Amanda Knox e Raffaele Sollecito non si trovassero la sera tardi di quel primo novembre nella casa di via della Pergola», i giudici di seconde cure dissero che i loro predecessori avevano ricostruito i fatti«con il criterio probabilistico» e non «al di là di ogni dubbio». La Cassazione poi ha sostenuto che gli indizi dai giudici di secondo grado «sono stati completamente sottovalutati».

Porre rimedio E, ai giudici di Firenze, nelle motivazioni hanno detto che dovranno «porre rimedio, nella più ampia facoltà di valutazione, agli aspetti di criticità e contraddittorietà, operando un esame globale e unitario  degli indizi».  E per i giudici della Cassazione, questa analisi «sara’ decisiva non  solo a dimostrare la presenza dei due imputati nel luogo del delitto,  ma a eventualmente delineare la posizione soggettiva dei concorrenti  del Guede». Poche ore, e un altro motivo di polemica verrà fornito a innocentisti e colpevolisti, relegando la memoria di Meredith in un cammeo immeritato.

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