Barelle al Santa Maria della misericordia (foto F.Troccoli)

di Fra. Mar.

I periti dovevano chiarire se «la patologia neoplastica da cui era affetta poteva essere diagnosticata sin dal 2007, ( quando fu eseguito il pap test senza valido risultato e l’esame non fu ripetuto) e , in caso affermativo, se sussista il nesso di casualità fra la ritardata diagnosi della patologia neoplastica, e l’accelerazione del processo degenerativo che esitò nel decesso, ed ancora, se in termini di elevata probabilità logica e credibilità razionale, ove la neoplasia fosse stata diagnosticata nel dicembre del 2007, il decesso della paziente potesse essere scongiurato o verificarsi in epoca significativamente posteriore».

La causa A morire di cancro all’utero fu una donna umbra di circa 60 anni. Adesso, quei periti nominati dal gip Lidia Brutti, dopo che l’avvocato della famiglia della donna, David Zaganelli, aveva ottenuto di non far archiviare l’indagine tramite dei rilievi del medico legale Sergio Scalise Pantuso, hanno messo nero su bianco le loro conclusioni stabilendo di fatto che un nesso di casualità tra la tardiva diagnosi del cancro e la morte prematura c’è. E la tardiva diagnosi, secondo quei periti, è da imputare alla ginecologa che non fece ripetere a stretto giro il pap test alla donna e che quindi si rese conto della neoplasia solo l’anno successivo.

La risposta inadeguata In pratica accadde che quel pap test diede un esito inadeguato. Ovvero, l’anatomopatologo non trovò cellule endometriali da analizzare, quindi di fatto non ci fu una vera risposta al test, né negativa, né positiva. Perché inadeguato? C’è una percentuale di pap test che si risolve in questo modo, proprio per i limiti intrinseci della metodica ( che nei prossimi anni potrebbe essere soppiantata da un altro test per verificare la presenza di hpv). Quella volta la ginecologa, ora indagata insieme ad un chirurgo dell’Istituto Europeo Oncologico diretto da Umberto Veronesi a Milano, non fece ripetere il test. Ora, i periti nominati in sede di incidente probatorio, dicono che andava fatto, e che se fatto la donna avrebbe sicuramente vissuto più a lungo. L’anno dopo scoprirono la neoplasia, ma dopo un altro anno la donna morì.

I medici legali La dottoressa Anna Maria Verdelli, che è consulente di parte della ginecologa indagata – assistita dall’avvocato Luca Gentili -fa notare che le linee guida prima dicevano che in caso di pap test inadeguato andava ripetuto a sei mesi, poi è sparita proprio l’indicazione della ripetizione. Forse però un po’ di buon senso sarebbe stato più che sufficiente a scongiurare un pericolo simile. Adesso che le conclusioni dell’incidente probatorio sono state depositate, il gip ha rimesso gli atti al pm ( inizialmente era un’indagine del pm Comodi, martedì mattina in aula c’era la dottoressa Miliani) che dovrà decidere se chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione per la ginecologa umbra e per il chirurgo milanese.