Operai Gesenu (foto F.Troccoli)

di Francesca Marruco

L’interdittiva antimafia provoca a Gesenu «gravi ed irreparabili danni di ordine finanziario che mettono a grave repentaglio la continuità aziendale e i livelli occupazionali». A metterlo nero su bianco al termine delle 58 pagine di ricorso che Gesenu ha depositato al Tar contro la decisione del prefetto De Miro, sono i legali che hanno redatto l’atto in cui smontano una per una tutte le «criticità» evidenziate nell’interdittiva antimafia.

No fidi e finanziamenti Che non permette alla società di «mantenere importanti fidi bancari in relazione ai quali è già stata minacciata la revoca» e «percepire importanti finanziamenti regionali che dovrebbero essere erogati nei prossimi mesi», senza contare l’impossibilità di «cedere a un istituto creditizio già individuato un importante credito di oltre 13 milioni vantato nei confronti di una pubblica amministrazione». Per tutti questi motivi e perché, per Gesenu, l’interdittiva antimafia emessa dal prefetto pecca di «difetto d’istruttoria e travisamento dei fatti», il Tribunale amministrativo dell’Umbria dovrebbe dare loro ragione ed eliminare la spada di Damocle dell’interdittiva che paralizza l’operatività dell’azienda.

TUTTO SULL’INCHIESTA GESENU

No prove attuali Confutando una per una tutte quelle che il prefetto ha chiamato criticità, i legali specificano che nell’atto della dottoressa De Miro, «seppure apparentemente articolato, si riduce a pochi elementi asseritamente sintomatici del rischio di infiltrazione mafiosa, e soprattutto, si fonda sulla mera elencazione di dati inconferenti e/o risalenti nel tempo, dai quali non è possibile desumere alcun rischio di infiltrazione mafiosa, ovvero di condizionamenti criminali nell’impresa». Per il pool di legali infatti, manca la «prova che gli elementi invocati costituiscano un rischio ancora attuale di condizionamento dell’impresa da consortele criminali».

L’ELENCO DI TUTTI GLI APPALTI COMMISSARIATI

I dipendenti siciliani È antica – attaccano – la questione relativa ai dipendenti siciliani indagati. E comunque quei dipendenti vennero «ereditati » da Gesenu dalla precedente azienda che la prefettura di Catania volle far rimpiazzare a Gesenu proprio perché azienda pulita. A conferma del fatto nel ricorso c’è anche uno stralcio del verbale del consiglio di amministrazione dell’epoca in cui – secondo quanto scrivono i legali – Carlo Noto La Diega avrebbe sollevato dei dubbi rispetto l’opportunità di fare appalti in Sicilia per possibili «condizionamenti ambientali». Inoltre, quanto alle questioni legate al Gruppo Cerroni, i legali puntualizzano che Gesenu non ha più legami lavorativi col gruppo da dieci anni.

CONSIGLIO REGIONALE, ISTITUITA LA COMMISSIONE D’INCHIESTA

Autotutela Infine, i legali contestano anche il fatto che il prefetto abbia rigettato il provvedimento di autotutela con cui Gesenu – in parole povere – chiedeva al prefetto un ripensamento alla luce delle modifiche apportate dalla società dubito dopo l’interdittiva. Modifiche che per il prefetto però furono solo «marginali» e quindi non portarono ad alcun ripensamento, ma anzi alla nomina dei commissari per gli appalti. La società annuncia inoltre «l’adozione di ulteriori compliance (cioè il rispetto di specifiche disposizioni, ndr) volte a rafforzare le misure di controllo e sicurezza interna». L’appuntamento è per il 2 dicembre prossimo.

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