di Francesca Marruco
«Anche senza intercettazioni assemblando i verbali di Mariotti, della Barbieri e di Broganelli ecco la prova dell’esistenza della Cupola di cui parlava Lupini. Non la procura». E allora per i soggetti legati a quella ‘cupola’, la presunta appaltopoli della Provincia di Perugia, il pubblico ministero Manuela Comodi ha chiesto le condanne: chiesti sette anni di reclusione per i funzionari della Provincia di Perugia Adriano Maraziti e Fabio Patumi, 6 anni per il dipendente della Seas Massimo Lupini, cinque anni e mezzo di reclusione per l’imprenditore Carlo Carini e per la funzionaria Maria Antonietta Barbieri, quattro per Lucio Gervasi, tre e mezzo per Paolo Piselli e Dino Bico, Giovanni Rinalducci, il maresciallo Massimo Mazzocchi e il generale Carlo Terzoli della Guardia di finanza; tre anni per Amleto Pasquini, due anni e mezzo per l’ingegner Mario Fagotti, Gianni Pecci e Venera Giallongo (per lei anche 500 euro di multa). Due anni e 400 euro per Massimo Mariani. Quindi due anni e otto mesi per i piccoli imprenditori. Il pm ha anche sollecitato 258mila euro di sanzione pecuniaria a tutte e quattro le società coinvolte: Appalti Lazio, Seas, Tecnostrade ed Ediltevere – mentre per Costruzioni edili ha chiesto la condanna a 100mila euro di spese. Il magistrato ha chiesto infine l’assoluzione per Riccardo Pompili, Riccardo Fioriti e Gianfranco Garritano.
Il paradosso Il pubblico ministero però è consapevole che se per gli imprenditori ci sono alcuni verbali, per i funzionari la strada dell’accusa è molto più in salita: «Il paradosso – ha detto quindi Comodi – potrebbe essere proprio questo: condannare i corruttori e assolvere i pubblici ufficiali corrotti. Sì, perché in questa storia di mazzette i funzionari della Provincia ci sono dentro fino al collo. Lo dimostra il loro comportamento processuale ma anche il fatto che non sono mai andati a smentire ai carabinieri o ai giornalisti le calunnie e le menzogne che avrebbero infangato la loro onorabilità».
Funzionari coinvolti Alcuni provarono a sostenere l’estraneità dei funzionari dicendo che era solo una questione tra imprenditori, «non gli conveniva far venir giù tutto – ha detto il pm – senza funzionari non ci sarebbero state neanche gare truccate». Ma allora il pm si chiede e interroga sul perché «Lupini, un semplice dipendente Seas, abbia preso soldi dagli altri imprenditori. Se non era lui il trait d’union con i funzionari della Provincia, cosa altro era? Impossibile sostenere che fosse un battitore libero». Inoltre, affonda sempre la Comodi, «per quale motivo Lupini e Patumi si sentivano così tante volte a ridosso di una gara? Vi voglio ricordare che Patumi ha detto di averlo sentito tre- quattro volte in due anni, invece magari si sentivano tre quattro volte in due giorni». E ancora, «Perché Lupini gli portò un cd a ridosso della gara? Si scambiavano la musica?».
Questi sono matti L’imprenditore Fabrizio Mezzasoma, che venne interrogato dal pm disse: «Ho incontrato Lupini e mi sono lamentato perché mi aveva mandato quel fax così esplicito (il mio ragioniere aveva detto “questi sono matti”) e soprattutto perché la tangente da pagare mi sembrava troppo alta. Ma lui rimase impassibile e mi rispose ‘le bocche aumentano’ ». Si torna in aula la prossima settimana con le parti civili e poi le numerosissime difese. La sentenza è attesa entro la fine del mese.
