di Francesca Marruco
PERUGIA – Il giorno in cui venne ritrovato il cadavere di Meredith Kercher, Amanda Knox ebbe un mancamento. Venne meno mentre piangeva nell’auto di Luca Altieri, fidanzato di una delle coinquiline delle due, perché era sconvolta per aver trovato la propria compagna di casa uccisa. Sono i difensori della ragazza a riportarlo nelle motivazioni aggiuntive depositate in vista del processo d’appello. In quelle stesse carte, i legali di Amanda puntano il dito verso Rudy Guede come unico responsabile della morte di Mez.
Amanda innocente Amanda si sentì male, quel 2 novembre, una volta salita nell’auto di Luca Altieri, nel tragitto dalla casa del delitto alla questura di Perugia. Il particolare è ora riportato per argomentare la tesi innocentista sostenuta dagli avvocati Luciano Ghirga e Carlo Dalla Vedova. Dallo shock per aver trovato la coinquilina uccisa, Amanda si sarebbe anche sentita male. Lo avrebbe riferito lo stesso Luca Altieri. Gli avvocati sostengono quindi che nelle motivazioni della sentenza di primo grado, la Corte non ha preso minimamente in considerazione il comportamento di Amanda dopo il ritrovamento di Meredith, definendola invece artificiosamente ” astuta”, “simulatrice” e “bugiarda”. E invece, l’innocenza di Amanda, sempre secondo il pool difensivo, traspare anche dal suo comportamento.
Amanda voleva aiutare indagini La mattina del 2 novembre, Amanda ha cercato Filomena e Meredith più volte al cellulare, quando ha capito che qualcosa non andava nella casa in via della Pergola. Amanda si è messa da subito a disposizione della polizia, convinta di poter aiutare nelle indagini. Dal primo al 6 novembre, riportano i legali, Amanda è stata 53 ore e 45 minuti a disposizione degli inquirenti. Ha riferito più volte di essersi sentita “amicus curiae”, istituto tipico del diritto anglosassone, che letteralmente significa amico della corte. Chi, cioè, aiuta nelle indagini non essendo parte in causa. Per questo, dicono ancora gli avvocati, Amanda non ha ritenuto di dover avvertire i familiari o il suo consolato. Inoltre, Amanda ha riferito nei particolari quanto fatto la mattina del 2 novembre e non ha mai pensato di lasciare l’Italia. Quale assassino si sarebbe comportato così? Chiede la difesa.
Il colpevole è Rudy In realtà, nelle 57 pagine di motivazioni aggiuntive depositate dalla difesa Knox è individuata anche una persona che si è comportata così. Si tratta di Rudy Hermann Guede, il cestista ivoriano, condannato a 16 anni di reclusione in secondo grado (la condanna era stata a 30 anni in primo grado, con rito abbreviato) per l’omicidio di Meredith Kercher. Secondo gli avvocati di Amanda è lui l’unico assassino. Perché sono solo sue le tracce inconfutabili sulla scena del crimine. Mentre quelle di Amanda e di Raffaele sono controverse e non univoche, se non assenti. Gli avvocati sostengono infatti che, come dice la scienza forense, l’assassino lascia tracce sul luogo del delitto e degli ex fidanzatini non ce ne sono, se non il dna di Raffaele sul gancetto del reggiseno di Mez, invece di tracce di Rudy è disseminata la camera da letto della studentessa inglese. Inoltre, sempre citando la scienza forense, un assassino solitamente si ferisce se la vittima, come ha fatto Meredith, cerca di difendersi. Anche in questo caso, l’unico dei tre ad aver riportato delle ferite da arma da taglio alle mani fu Rudy, che disse di essersele procurate nella colluttazione con il ragazzo che, secondo la sua versione, avrebbe aggredito e ucciso Mez quella sera. Gli avvocati di Amanda evidenziano inoltre che Rudy era l’unico ad avere precedenti penali e ad aver usato metodi simili, uso di coltelli e rottura di vetri di finestre per entrate in edifici, in altre occasioni.
Non c’è movente I legali sostengono anche che, come riferito da più periti durante il processo, era materialmente impossibile che quattro persone adulte si trovassero contemporaneamente nella camera da letto di Meredith Kercher. Non ci sarebbe stato spazio a sufficienza. Questo, aggiungono, senza contare il fatto che Raffaele e Rudy non si conoscevano. Gli avvocati insistono sul fatto che la sentenza non abbia fornito un movente all’omicidio, perché non c’è, e quanto scritto è frutto di congetture e ipotesi rese reali all’occorrenza. Inoltre, come già fatto durante il processo di primo grado, si chiede ancora una volta una perizia superpartes per analizzare nuovamente il coltello ritenuto l’arma del delitto, e le impronte di piedi nudi di Amanda trovate nella casa di via della Pergola. La difesa insinua il dubbio che il coltello si sia contaminato per contatto con altri reperti durante il trasporto in questura perché secondo loro non sono state seguite le procedure idonee.
Appello in aula Affreschi Intanto, per l’udienza in programma il 24 novembre prossimo l’aula degli Affreschi del tribunale di Perugia è stata predisposta per ospitare i 140 giornalisti già accreditati. Sabato verrà inoltre inaugurata la sala stampa del tribunale in cui verrà piazzato un maxischermo per permettere agli operatori di seguire il processo in diretta.
