di Francesca Marruco
«Quando il dottore mi disse “signora ha preso un bel cazzottone” io sperai che nel referto scrivesse che ero stata picchiata e non che ero caduta come avevo raccontato in pronto soccorso per l’ennesima volta». A raccontarlo, in una delle storie che Vanna Ugolini ha raccolto nell’inchiesta «Complici. Di cosa parliamo quando parliamo di violenza alle donne» è una delle vittime di abusi che ha accettato di ripercorrere la sua storia davanti alle telecamere di Pasquale Rossi. E dunque, se per aiutare una donna vittima di violenze ad uscire dall’inferno in cui vive ci sono professionisti pronti ad aiutarla, purtroppo ce ne sono altrettanti, che diventano complici inconsapevoli. Complici inconsapevoli per leggerezza, e perché tecnicamente fanno bene il loro lavoro, ma di fatto non aiutano la donna a uscire dalle violenze. I primissimi complici inconsapevoli, semplicemente perché sono quelli che per primi vengono a contatto con le vittime, sono i sanitari delle ambulanze o quelli del pronto soccorso e sono i poliziotti.
Seminario Di tutto questo si è parlato martedì mattina al seminario formativo per le forze dell’ordine ma aperto anche alla cittadinanza, organizzato da Prometheus, e realizzato all’Università per stranieri di Perugia.Nel corso della mattinata sono intervenuti il rettore Paciullo, il questore Carmelo Gugliotta, il procuratore dei minori Giovanni Rossi, il capo della squadra mobile Marco Chiacchiera, la psicologa Giannini e la giornalista Vanna Ugolini, presidente dell’associazione Margot. I complici inconsapevoli e le buone prassi da adottare sono state al centro del dibattito. Peccato per l’assenza dei sanitari che avrebbero potuto confrontarsi con gli altri operatori, ma forse un seminario simile potrà essere fatto anche per loro.
Codice Rosa Perché il loro ruolo è fondamentale: infatti, se ci sono moltissime donne che non denunciano, quelle stesse donne molto spesso, e per evidenti motivi non eludibili, sono costrette a recarsi al pronto soccorso. E allora i dottori diventano figure centrali. Molto spesso gli unici capaci di intercettare il fatto che qualcosa non va. Non basta dunque che facciano bene il loro lavoro, curando le ferite fisiche, accontentandosi di una balla colossale come quella della caduta accidentale. Dovrebbero approfondire e anche travalicare l’intenzione manifesta della donna se ce n’è bisogno: un medico sa quando davvero qualcuno è caduto dalle scale e quando invece è stato picchiato. E sarebbe auspicabile pensare un percorso e un supporto specifico in ogni pronto soccorso d’Italia, come accade già in alcuni ospedali. Si tratta del cosiddetto codice Rosa, ancora assente negli ospedali umbri. Nel Lazio ad esempio, il codice Rosa prevede che le pazienti vengano trasferite in delle sale apposite in cui far entrare soltanto il personale medico e gli agenti di polizia e non farla spostare da un reparto all’altro. Certo, altrettanto importante sarebbe che, una volta dimesse dal Pronto soccorso queste donne non si trovino di nuovo sole, ma che vengano assistite realmente e costantemente.
I centri chiuderanno senza risorse E a questo proposito, a Perugia, così come a Terni, c’è il centro antiviolenza che funziona proprio in questo senso. A spiegarlo è l’assessore Edi Cicchi, che raggiunta telefonicamente specifica: «I due centri hanno un pronto soccorso antiviolenza sempre attivo: e gli operatori seguono le donne dall’inizio alla fine del percorso. Attualmente le donne ospitate sono sei a Perugia, ma in tutto l’anno sono state circa 60 quelle aiutate». Il punto è che il centro di Perugia,(così come quello di Terni) aperto con i soldi del ministero in un appartamento del Comune (che ha tutte le intenzioni di confermarne la disponibilità) rischia di chiudere perché il progetto finisce a novembre. E senza risorse è impossibile che vada avanti. E che si sviluppi e continui ad aiutare donne bisognose, come successo in questo primo, e speriamo non unico, anno di vita.
Pronto soccorso sociale Sempre in tema di primo soccorso, in situazioni in cui molto spesso a dover decidere sono gli agenti della squadra volante che per primi intervengono magari in una lite in famiglia, e hanno pochi secondi per valutare la situazione e scegliere il da farsi, il procuratore del tribunale dei minori Giovanni Rossi ha voluto sottolineare che «bisognerebbe attivare anche un pronto soccorso sociale, poliziotti e magistrati sono reperibili anche di notte, dovrebbero esserlo anche gli assistenti sociali, perché in situazioni di emergenze notturne sarebbe utile un loro intervento». Sul punto, l’assessore Cicchi, replica dicendo che «sarebbe impossibile far fare agli assistenti sociali gli orari dei poliziotti, ma il Comune –gestito dal privato sociale – dispone di strutture di pronta accoglienza, anche per minori, in cui persone bisognose di aiuto possono essere collocate temporaneamente in attesa di una sistemazione più adeguata».
Vittimizzazione secondaria Tutto questo per evitare la cosiddetta vittimizzazione secondaria. Quella che molto spesso, le povere donne vittime già di violenza dentro le mura domestiche, devono affrontare anche dopo perché la burocrazia, la lentezza della legge, la poca preparazione delle figure con cui vengono a contatto non le risarciscono di quanto subito e non le aiutano come si dovrebbe in un Paese che si professa civile e democratico. Per ora ci sono molte buone pratiche, ma non bastano da sole. Deve esserci formazione sistematica e una sensibilizzazione sempre più forte, perché mai più si dica ad una donna di cercare di mettere a posto le cose dentro le pareti di casa sua, invece che invitarla a denunciare. Perché nel mondo, la maggior parte degli omicidi avvengono nelle mura domestiche.
