Davide Astori

di Mario Mariano

Oggi come quaranta anni fa il mondo dello sport, del calcio in particolare, si domanda come sia possibile che un atleta possa morire per un colpo al cuore, per un infarto, nell’epoca della sicurezza in ogni angolo, specie se si parla di sport professionistico. Renato Curi e Davide Astori in comune godevano del giudizio unanime di apprezzamento e affetto di sportivi compagni di squadra e avversari, erano considerate «persone perbene». Oggi, come ieri, il loro ricordo è ugualmente struggente perché accomunati dall’aver lasciato figli in tenera età: Sabrina quando Renato morì durante un Perugia-Juventus aveva la stessa età di Vittoria, la bambina del capitano della Fiorentina.

Le due bambine Renato nacque qualche mese dopo la morte del padre, è proprio per onorarne la memoria, lui per primo, ha voluto ricordarlo appena due mesi fa con una grande mostra fotografica. In attesa di saperne di più sulle cause della morte di Astori, avvenuta in quell’albergo a cinque stelle – La de Moret – dove da decenni alloggiano le squadre che affrontano l’Udinese, scelto perché isolato dal traffico cittadino e per i suoi tanti confort, compresa una pattuglia di vigilantes, si può solo pensare che il calcio delle polemiche e delle rivalità, ha ritrovato, anche questa volta, compattezza e rispetto davanti a una tragedia che ha colpito un protagonista. Impossibile proporre altre analogie tra i due tragici eventi se non quelle della solidarietà verso i familiari del campione. Allora ci furono corone di fiori e telegrammi, oltre a prime pagine dei grandi quotidiani di informazione e servizi di apertura dei telegiornali. Oggi social network e decisioni da prendere per esprimere tempestivamente cordoglio e vicinanza ai familiari, al club di appartenenza, ai compagni.

La maglia numero 8 di Curi Malagò ha deciso in tempi brevissimi di rinviare tutte le partite in programma domenica e lunedì e nessuna voce di dissenso si è alzata. Il lutto al braccio non può più bastare. La domenica successiva la morte di Curi si giocò regolarmente, il Perugia chiese di non utilizzare al San Paolo di Napoli la maglia numero 8 (ad indossarla fu Mario Goretti, un ragazzo della Primavera), ma una volta le regole erano molto più rigide e i regolamenti andavano applicati alla lettera. Fu unanime anche quella volta il cordoglio della Italia calcistica perché la morte del centrocampista perugino avvenne praticamente in diretta, durante la partita con la Juventus. Ad annunciare la notizia fu Sandro Ciotti durante il collegamento dagli spogliatoi dello stadio allora denominato Pian di Massiano durante la trasmissione «Tutto il calcio minuto per minuto», che aveva indici d’ascolto altissimi. La stessa velocità di diffusione, questa volta, con uguali sentimenti di incredulità. Quaranta anni fa non esistevano le attuali tecnologie nella diagnostica delle malattie cardiocircolatorie e già il giorno dopo la morte di Curi i giornali nazionali si occuparono a fondo delle tante «tappe sanitarie» che avevano scandito il nulla osta di idoneità infine concesso al Perugia dal Centro Tecnico di Coverciano. Ma quello non bastò per mettere fine alla tragedia; ci fu un processo penale, con condanne in primo grado e assoluzioni in appello.

Analoghe disgrazie Nel mezzo di due analoghe disgrazie, la morte di Piermario Morosini, avvenuta a Pescara nel 2012, durante la partita con il Livorno. Tre medici finirono a processo e condannati. Un defibrillatore non utilizzato, e giù polemiche per una autoambulanza entrata tardi in azione perché bloccata da auto che ne impedirono lo spostamento. Le polemiche, almeno nel caso di Astori, possono aspettare.

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