Sarebbe un prete insolito, ma per i tempi che corrono, anche notizie di questo tenore sembrano derubricate a un sentimento collettivo, maggiormente percepibile e, in qualche modo giustificabile, rispetto al passato. Un prete di campagna, sacerdote sì, ma anche cacciatore, «cittadino» prima ancora che «religioso», ha detto, e quindi titolare di un diritto a cui tiene, «la mia legittima difesa». A tirarlo fuori dal bosco dove difficilmente si accendono i riflettori della cronaca sono stati i cronisti de La Nazione, con una intervista di qualche giorno fa, dopo il furto che il sacerdote aveva subito. Non il primo. Anche se questa volta si trattava di una pistola a cui il prete era molto legato. In quell’occasione, si è fatto fotografare con i suoi due fucili. Ha spiegato di essere un «bravo cacciatore», di avere una «buona mira» e anche se non ammazzerebbe mai una persona, potrebbe comunque difendersi, sparando prima un colpo in aria per poi puntare dalle ginocchia in su. Tuttavia mostrare quei fucili gli è valsa una visita dei carabinieri che, stando a quanto pubblicato dal sito Ansa.it, gli sarebbero stati sequestrati. L’episodio di don Antonio Mandrelli, 73 anni, parroco della chiesa di Madonna delle Grazie di Castelfranco a Pietralunga, poche anime in una zona isolata che vedrebbe lo stesso sacerdote, vivere prevalentemente in solitudine, ha scatenato la curiosità di molti, particolarmente sui social. Provocando quegli schieramenti noti, tra chi idealizza il personaggio e chi ne stigmatizza il messaggio.
Il prete ha i fucili in canonica: «Credo nella legittima difesa», ma scatta il sequestro
