«L’osteoporosi è meglio prevenirla che curarla», il professor Paolo Filipponi, direttore scientifico e presidente dell’Aruo (Associazione regionale umbra osteoporosi), è molto chiaro: «La malattia, se non presa in tempo, è difficilmente curabile e non può regredire». Il secondo e ultimo giorno della XVIII “Giornata mondiale dell’osteoporosi”, si è chiuso presso il Cva di Ponte San Giovanni. 340 le persone sottoposte a Moc (mineralometria ossea computerizzata) nelle due giornate del 17 e 18 di ottobre. 220 donne e 120 uomini, 10-12%, quindi, la rappresentanza del “sesso forte” che non è affatto risparmiato da questa patologia così insidiosa e potenzialmente molto invalidante.

Chi rischia Il 20% delle persone sottoposte a Moc rientra in quel “cut-off” a rischio e non lo sa. Si tratta, per lo più di soggetti, con familiarità rispetto alla malattia osteoporotica, di persone che soffrono di altre patologie e di coloro che per una qualche ragione, sempre di natura patologica, sono costretti ad assumere per lunghi periodi un grande nemico delle ossa: il cortisone! Durante la “screenatura” di coloro che, gratuitamente, si sono sottoposti al semplice e veloce esame della Moc, sono state scoperte persone in cui la conclamazione della malattia è arrivata prestissimo nella vita, tra i 35 e i 38 anni.

Prevenzione «Abbiamo scoperto – spiega il professor Paolo Filiponi – che c’è una maggiore sensibilità da parte della popolazione nei riguardi di questa malattia. Già attorno ai quarant’anni abbiamo avuto persone che si sono avvicinate per valutare se hanno o meno un problema di fragilità ossea». Un elemento conoscitivo per il terapeuta e per il paziente per poter sapere se ci sono dei prodromi della malattia e per poter, quindi, attivare il protocollo di prevenzione della osteoporosi. «Di fatto – sottolinea Filipponi –, con un esame semplice e veloce come la Moc, possiamo evitare che si raggiunga una situazione critica di fragilità ossea dello scheletro tale da non poter poi essere più in grado di fare più di tanto dal punto di vista terapeutico». Lo scienziato ricorda, poi, quanto sia importante lo stile di vita: muoversi, per esempio, è uno degli elementi di prevenzione primaria per contrastare la deplezione calcica. A questo si aggiunge l’esposizione alla luce solare per avere più vitamina D e avere muscoli più tonici e quindi assorbire meglio il calcio alimentare. «E, anche – aggiunge – e se necessario, con uno, due, massimo tre anni, di terapia farmacologica».

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