In un’Umbria in cui i dati sembrano addirittura sottostimare il numero di giovani che hanno lasciato la regione, questi ultimi si dicono pronti a mettere a disposizione le loro competenze, magari all’interno di una «infrastruttura civica» in cui co-produrre politiche pubbliche, rivolte allo sviluppo ma non solo.
La ricerca Dopo sette mesi di lavoro sono questi alcuni dei risultati principali della ricerca condotta da Francesco Berni, docente di Urbanistica all’Università per Stranieri di Perugia, e Alessandro Latterini, sociologo dell’Università degli Studi di Firenze. I due studiosi (entrambi umbri ora fuori regione per motivi professionali) hanno deciso di affrontare il tema della diaspora giovanile, tra i problemi più gravi del tessuto socio-economico umbro, non solo con l’obiettivo di definirne meglio i contorni, ma anche per leggerla come un’opportunità per costruire politiche regionali innovative in Umbria.
I numeri Secondo la ricerca, tra il 2013 e il 2022 sono stati oltre 10 mila i residenti umbri con meno di 40 anni che hanno lasciato la regione; più di 2.500, pari al 25,3 per cento, erano laureati. Il fenomeno appare ancora più consistente se si amplia l’orizzonte temporale e si considerano anche i trasferimenti all’estero: tra il 2002 e il 2024 gli umbri emigrati oltre i confini nazionali sono stati circa 40 mila, con i giovani adulti che rappresentano circa la metà del totale. I dati anagrafici, secondo gli studiosi, non restituiscono però l’intera dimensione della mobilità. L’indagine qualitativa, condotta su 140 giovani attraverso un questionario, mostra infatti che il 41 per cento degli intervistati mantiene la residenza in Umbria pur vivendo e lavorando altrove. Una condizione che contribuisce a rendere meno leggibile la portata effettiva della diaspora e, di conseguenza, a complicare la programmazione delle politiche pubbliche.
I motivi Il profilo degli intervistati restituisce inoltre una mobilità fortemente selettiva sul piano delle competenze: oltre il 75 per cento ha una formazione universitaria o post-universitaria. La partenza è legata soprattutto a ragioni professionali ed economiche: l’80 per cento indica nella crescita professionale uno dei principali motivi, il 79 per cento cita le opportunità di lavoro, il 68 per cento l’alta formazione e il 57 per cento una maggiore retribuzione. Le destinazioni comprendono i principali centri urbani italiani, da Milano a Roma, Bologna e Torino, e diverse città europee, tra cui Londra, Parigi, Berlino e Bruxelles.
Una rete di relazioni È in questo quadro che la ricerca propone di spostare il punto di osservazione: non solo una perdita di popolazione e capitale umano, ma una rete di relazioni che può essere mantenuta e utilizzata anche a distanza. L’85 per cento dei giovani coinvolti nell’indagine si dice disponibile a contribuire allo sviluppo dell’Umbria, mettendo a disposizione competenze, esperienze e relazioni maturate fuori regione. La prospettiva indicata è quella della «circolazione dei cervelli», alternativa a una politica concentrata esclusivamente sul rientro.
Pro e contro Il rapporto con l’Umbria, del resto, non risulta cancellato dalla partenza. Tra gli elementi maggiormente apprezzati vengono indicati la qualità ambientale e paesaggistica, la bassa densità abitativa e ritmi di vita considerati più sostenibili. Sul versante delle criticità emergono invece la carenza del trasporto pubblico e una mobilità giudicata eccessivamente dipendente dall’automobile; a questi aspetti si aggiungono i bassi livelli salariali, il disallineamento tra formazione e opportunità professionali e una fiducia limitata nelle istituzioni regionali.
La proposta Il nodo, per Berni e Latterini, diventa quindi quello di trasformare il rapporto tra territorio e giovani emigrati in una relazione stabile, senza ridurla alla sola possibilità di tornare a vivere in Umbria. Da qui la proposta di una rete regionale della diaspora, una «infrastruttura civica» attraverso la quale coinvolgere chi vive fuori regione nella co-produzione di conoscenza e politiche pubbliche, mettendo in relazione amministrazioni, università, imprese e società civile.
Politiche della relazione In questo schema i giovani umbri all’estero o in altre regioni potrebbero assumere anche un ruolo di collegamento con i territori nei quali vivono: una rete di ambasciatori capace di favorire relazioni professionali, attrazione di investimenti, scambi di conoscenze e promozione internazionale. La Regione, secondo l’impostazione dello studio, dovrebbe quindi agire come una piattaforma in grado di mettere in connessione competenze già esistenti, più che limitarsi a gestire il fenomeno attraverso misure di rientro. Insomma, più che politiche per il rientro servono politiche della relazione: «In una regione come l’Umbria – scrivono i ricercatori – dove il fenomeno migratorio è meno appariscente rispetto ai contesti del Mezzogiorno ma assume ormai un carattere strutturale, riconoscere e coinvolgere la diaspora significa dotarsi di nuovi strumenti conoscitivi e di nuove forme di governo collaborativo».
