di Ivano Porfiri
Non c’è solo un picco, ma almeno quattro da mettere in fila per capire il fenomeno Covid-19 in Umbria. Ora che il peggio sembra passato, è possibile dare un’occhiata ai dati per comprendere come questo si sia sviluppato prima e dopo il lockdown. Un passaggio, quello delle decisioni sul distanziamento sociale, che nella nostra regione è stato decisivo, evidentemente perché applicato con scrupolo e particolare rigore dai cittadini, aiutati da una struttura socio-economica priva di zone ad altissima densità abitativa.
INTERATTIVO: TUTTI I NUMERI SUL COVID-19
Incidenza simile a Toscana e Marche Innanzi tutto, però, occorre chiarire un punto: l’Umbria non è stata toccata marginalmente dall’epidemia. È vero che in termini assoluti i numeri, almeno quelli ufficiali, sono piccoli, ma l’incidenza (135 casi per 100 mila abitanti) è al livello di quella della Toscana (139), per non parlare del Lazio, dove è di 72. Detto questo, si può sfatare anche il luogo comune sull’isolamento. Certo, la regione lo è storicamente dal punto di vista infrastrutturale, ma evidentemente il virus non ha trovato particolari ostacoli ad arrivare. Però, l’Umbria ha raggiunto in anticipo il famoso R0 inferiore a 1 (il numero di riproduzione di base ovvero quante persone infetta un contagiato) e si trova vicinissima a “contagi zero” tra le prime regioni italiane.
Le quattro onde Veniamo al picco, anzi ai picchi. Dai dati ufficiali della protezione civile regionale, il punto di flesso della curva sui casi totali si può collocare al 28 marzo. Due giorni prima, il 26 c’è il record dei nuovi casi giornalieri con 92. Da quel momento, inizia la discesa nel trend che arriverà a un solo caso in più per tre giorni consecutivi il 13, 14 e 15 aprile (i primi due fortemente influenzati dai pochi tamponi processati, 68 e 215, mentre il terzo con 1.293 tamponi). Il giorno in cui la sinusoide degli attualmente positivi è al massimo, invece, è il 5 aprile quando gli infetti sono 1.140. Nel grafico sottostante è la curva rossa.

Quale picco? Dunque, il famoso “picco” si può collocare qui, tra fine marzo e inizio aprile, ovvero dove in una acuta analisi l’ex dirigente alla Prevenzione della Regione, Gianni Giovannini, aveva previsto con tre settimane di anticipo il punto di flesso? Innanzi tutto, bisogna capire cosa vogliamo intendere per “picco”. Di certo, come detto, lì è collocabile il massimo degli attualmente positivi. Ma questo dato è influenzato sia dai nuovi casi, che da decessi e guariti, con quest’ultimo elemento particolarmente lento ad arrivare. Basti guardare il caso della viceministro Anna Ascani: comparsa dei primi sintomi l’8 marzo, il tampone negativo arriverà oltre un mese dopo, il 10 aprile.
UMBRIA: ETA’ MEDIA E TASSO DI MORTALITA’
Il caso Ascani E se si vuole risalire a un picco originario, cioè quello dei contagi, bisogna proprio seguire le tempistiche del caso Ascani. Per tornare indietro possono aiutarci altri elementi. Ad esempio quello degli ospedalizzati. Nel grafico è la curva gialla. Qui il picco è collocato al 30 marzo con 220 ricoverati, di cui 47 in terapia intensiva (saliranno a 48 il 3 aprile per poi scendere lentamente ma progressivamente). A questo punto, per tornare ancora indietro nel tempo, ci viene in soccorso il report bisettimanale che il sistema Epicentro dell’Istituto superiore di sanità, che completa con i dati clinici quelli delle singole regioni e grazie al quale si è potuto osservare come l’Umbria sia quella con l’età mediana dei contagiati più bassa d’Italia, insieme alla Basilicata.
DECESSI MARZO: 4 VOLTE MORTI UFFICIALI COVID
Picco dei contagi Il report colloca su una retta temporale due elementi: la data di comparsa dei primi sintomi e quella di diagnosi/prelievo. Quest’ultima nel grafico è la curva turchese e ha il suo picco intorno al 24 marzo, cioè 5-6 giorni prima di quello delle ospedalizzazioni. La comparsa dei primi sintomi, invece, ha il suo massimo tra il 10 e il 13 marzo. E dato che l’incubazione media è di 5 giorni, si potrebbe dedurre che il vero picco dei contagi risalirebbe all’8-10 marzo. Ovvero in quel weekend in cui in 1.200 arrivarono dalle regioni del Nord prima della chiusura da parte del governo.
Lockdown ha funzionato Ma se l’incoscienza di alcuni ha causato il contagio di molti, va però altresì riconosciuto come, dai dati sopra esposti, il lockdown scattato l’11 marzo ha prodotto effetti quasi immediati sui contagi in Umbria. Anzi, se ne siamo usciti per primi, oltre all’efficienza dei servizi sanitari territoriali, è probabilmente proprio per la serietà con cui i cittadini hanno applicato le norme di distanziamento sociale. Anche i dati sulle multe per chi non ha rispettato le regole confermano un numero basso di trasgressori, intorno al 5 per cento.
Decessi 2020 confrontati con la media 2015-19
Morti e tempi Un ultimo ragionamento sui decessi. Qui è difficile individuare un vero e proprio picco dato il flusso piuttosto irregolare e i numeri piccoli ma i giorni peggiori sono stati tra 19 e 22 marzo e tra 27 e 31 (il record è del 27 con 7). Un dato che trova riscontro analizzando quelli sui decessi giornalieri rilasciati dall’Istat per 15 comuni umbri: lo scostamento maggiore tra quest’anno e la media 2015-2019 si ha nel periodo 20-27 marzo (finora sono disponibili i dati solo fino al 28). Tuttavia c’è un altro picco in precedenza, il 10 marzo, e uno più contenuto ancora prima, il 3 marzo. Dato che il primo morto ufficiale per Coronavirus in Umbria c’è stato solo il 13 marzo, come può essere? Posto che non c’è certezza che l’aumento sia interamente riconducibile al Covid, è ormai tesi abbastanza condivisa che ci siano una serie di morti “nascoste” cioè non validate dal tampone.
Casi a inizio febbraio Dunque, visto che i decessi sono l’ultimo anello della catena, al pari dei guariti, è facile ipotizzare che in Umbria il virus circoli da molto prima di quanto si immagini, fin dalla prima metà di febbraio (anche l’Iss ufficializza un caso isolato di comparsa di sintomi il 3 febbraio anche se non si conoscono ulteriori dettagli su di esso). Come pure che i numeri veri del contagio vadano ben oltre i 1.329 casi finora ufficializzati. Di quanto oltre? Alla luce dell’aumento dei decessi rispetto agli anni precedenti (se si proiettano i dati dei 15 comuni sulla popolazione regionale si arriva a 124 ovvero contro i 28 decessi Covid al 28 marzo) ipotizzando un tasso di mortalità del 2,5-3% staremmo tra i 4 e i 5 mila. Se invece si assumesse un altro parametro come l’indagine dell’Iss sul personale sanitario nazionale, “tamponato” a tappeto, dove il tasso di mortalità si abbassa allo 0,3%, si potrebbe arrivare anche ben oltre i 10 mila casi.
L’andamento dell’epidemia in Umbria:
