domenica 31 maggio - Aggiornato alle 12:24

Coronavirus, in Umbria indice R0 a 0,88: «Possibile fase 2 ma occhio a nuovi focolai»

Il parametro conferma il superamento del picco. L’esperto: «Decisivi i servizi territoriali, su di loro puntare sempre di più»

© Louis Reed - Unsplash

di Ivano Porfiri

In Umbria il cosiddetto R0 martedì 7 aprile è a 0,88. A molti non dirà granché ma è una vera e propria svolta nell’evoluzione dell’epidemia di Coronavirus nella nostra regione. Il calcolo è stato effettuato dal Centro regionale per la salute globale ‘One health’, centro di riferimento regionale incardinato nella Usl Umbria 2, che monitora l’evoluzione del Covid-19.

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Erre con zero Il calcolo del R0 è appannaggio dell’Istituto superiore di sanità ed è l’indice su cui il Comitato tecnico-scientifico, insediato in seno alla Presidenza del Consiglio dei ministri, sta facendo le valutazioni per consigliare il decisore politico sul quando e come avviare la cosiddetta “fase 2” ovvero la riapertura di alcune attività dopo il lockdown che va avanti dall’11 marzo scorso. Ma anche le Regioni fanno i loro conti per testare la situazione locale. Si tratta di un parametro importante in un’epidemia di una malattia infettiva, cioè – come viene definito dallo stesso Iss – il “numero di riproduzione di base” che rappresenta il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto in una popolazione completamente suscettibile cioè mai venuta a contatto con il nuovo patogeno emergente. In altre parole se l’R0 di una malattia infettiva è circa 2, significa che in media un singolo malato infetterà due persone. Quanto maggiore è il valore di R0 e tanto più elevato è il rischio di diffusione dell’epidemia. Se invece il valore di R0 è inferiore ad 1 ciò significa che l’epidemia può essere contenuta. E in Umbria, per la prima volta si sarebbe, appunto, scesi a 0,88.

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Picco superato Del resto anche il monitoraggio quotidiano effettuato da Umbria24 sui numeri forniti dalla Regione, aveva mostrato come da circa una settimana si sia superato il picco degli ospedalizzati e da qualche giorno anche dei contagiati (almeno quelli censiti attraverso i tamponi), aumentati nelle ultime 24 ore solo dello 0,09%. Ma che sarebbe andata a finire così, c’era qualcuno che lo aveva previsto in tempi non sospetti. L’ex direttore sanitario dell’ospedale di Terni ed ex dirigente del servizio Prevenzione della Regione, Gianni Giovannini, il 9 marzo scorso, in pieno sviluppo esponenziale dei contagi, su Facebook aveva pubblicato un grafico su scala logaritmica che aveva previsto in modo pressoché esatto l’appiattimento della curva per gli inizi di aprile. «L’assunto da cui ero partito con mio figlio ingegnere – spiega a Umbria24 – è quello che il numero dei casi fosse limitato a circa 60 mila di cui sino ad allora manifestati poco più del 10%. Prevedemmo che il punto di flesso della curva fosse per metà marzo e appunto il superamento del picco a fine mese».

Il grafico di Gianni Giovannini

Screening e test sierologici Giovannini sottolinea come «quella previsione voleva infondere un po’ di speranza in un momento difficile» ma fu fatta ben conoscendo le dinamiche delle epidemie «la cui crescita non può essere infinita». Il dirigente dell’Azienda ospedaliera ternana, con formazione di medico igienista, fa notare come nelle strategie della Regione ci sia stato un cambiamento intorno al 20 marzo, quando da fare il tampone solo ai sintomatici, si è iniziato anche con gli asintomatici che gli stavano intorno. «Questa relazione tra infetti sintomatici e asintomatici è molto importante – spiega – perché se scoprissimo il rapporto che li lega potremmo fare una stima esatta di quanti hanno contratto il Covid-19». Ad oggi in Umbria si calcola possano essere sui 15 mila. «Occorrerebbe uno screening di massa per esserne certi come hanno fatto a Vo’ Euganeo oppure uno studio su un campione rappresentativo della popolazione – afferma Giovannini – per evidenziarne la prevalenza. Anche i test sierologici potrebbero essere utili per misurare lo sviluppo degli anticorpi, ma comunque andrebbero validati dal tampone per vedere se c’è anche la positività del soggetto».

Quando e come riaprire Tornando alla possibile “fase 2”, pur consci delle pressioni da parte del mondo economico, gli studiosi invitano alla ponderazione nelle riaperture, anche perché una larghissima fetta della popolazione resta suscettibile al contagio e ci sarà il pericolo del riaccendersi di focolai. «In via teorica – dice Giovannini – se avessimo zero casi per tre settimane potremmo ritenere che il virus non circoli più. Però è chiaro che alcune norme di distanziamento sociale, finché non ci sarà un vaccino, andranno tenute».

Decisive strutture territoriali Se l’Umbria vede la luce in fondo al tunnel, comunque per Giovannini un ruolo decisivo è stato giocato dai servizi territoriali di eccellenza della nostra regione. «Noi come altre regioni, tipo il Veneto, a differenza della Lombardia, abbiamo una tendenza a seguire i pazienti a domicilio, lasciando agli ospedali solo i casi più difficili. Questo, a mio parere, ci ha messo maggiormente a riparo da quanto avvenuto in diverse parti d’Italia, dove l’eccessiva ospedalizzazione e quindi la saturazione di quelle strutture ha generato dei moltiplicatori dell’infezione». E questo ci insegna qualcosa anche su come, alla luce di questa esperienza, quando sarà superata, dovremo strutturare la sanità pubblica. «Io credo che dovremo puntare sempre di più sui servizi territoriali, medici di medicina generale più servizi di continuità assistenziale, come sentinelle ben preparate a riconoscere precocemente i segnali dal punto di vista epidemiologico. Il tempo è un fattore decisivo. Dopodiché anche gli ospedali devono essere all’altezza, ma sono curioso di sapere come gestiremo tutti i posti di terapia intensiva e di malattie infettive, molto dispendiosi da mantenere, una volta che la pandemia sarà alle spalle».

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