Mancano pochi giorni all’atteso 6 agosto, quando Papa Leone atterrerà per la seconda volta a Santa Maria degli Angeli. Si apprende che, poco dopo, il 27 ottobre in occasione dei 40 anni dell’incontro interreligioso ‘Lo spirito di Assisi’, proprio come fece Papa Francesco 10 anni fa, Leone XIV, con ogni probabilità, ritornerà qui. In questa che tanti simpaticamente definiscono la seconda sede vaticana e che, nonostante le numerose frequentazioni di Papa Francesco, vede ancora un primato non superato nell’epoca moderna, quello di Papa Giovanni Paolo II che, ad Assisi venne per sei volte, mentre Francesco è venuto in 5 occasioni.
Ci si fa largo tra i tanti in fila davanti a Carlo Acutis, nella sede del vescovado, per incontrare mons Felice Accrocca, alle prese con i preparativi del suo primo incontro da vescovo di Assisi con il Papa. I temi che si catalizzano sulla città del Poverello hanno orbite e latitudini tanto alte quanto lontane e tratteggiano un’attualità che interroga la Chiesa su cambiamenti epocali. Rispetto ai quali un ‘vescovo francescano’ come Accrocca, riconosciuto trasversalmente come uno dei massimi studiosi delle fonti francescane, non si sottrae, pur facendosi piccolo sul divano di una delle curie più importanti d’Italia. Davanti alla sua porta, una serie di dipinti ripercorre i volti di tutti i vescovi di Assisi. E’ impressionante scorrerli, da quel lontano Rufino che venne a predicare qui, appena due secoli dopo la morte di Cristo. Alla fine della serie pittorica, c’è il volto tondo di Domenico Sorrentino, che l’ha preceduto.
In questa intervista Accrocca dirà di Trump e del modo con il quale ha stabilito di rapportarsi a Leone XIV, senza risparmiargli un giudizio non edificante, come dirà che l’epoca che incombe non spazzerà via tutto, ma apre possibilità diverse e nuove. Particolarmente sulla felicità dell’uomo, che non è sballo, ma pienezza, lasciando intendere che le distrazioni di ogni genere non riescono a mettere in ombra i segni del bisogno di spiritualità e di senso che chiedono risposte, ma soprattutto esempi di vita.
Come sta vivendo questo momento di attesa del Papa?
Con molta serenità e anche con grande gioia, perché è il successore di Pietro che visita la nostra Chiesa e questo si inserisce in una tradizione antichissima. Da una parte Assisi verso Roma: Francesco e i suoi frati si recano da Innocenzo III. Dall’altra Roma che viene ad Assisi: già Gregorio IX arrivò qui per canonizzare san Francesco e, come lui stesso ricorda in una sua bolla, pose la prima pietra della Basilica dedicata al nuovo santo. Credo che tutto questo significhi anche una cosa: la Chiesa di Assisi è chiamata a coltivare un vincolo di comunione del tutto particolare con la Chiesa di Roma
C’è un aspetto della figura di san Francesco che mi ha sempre colpito: la sua obbedienza alla Chiesa nonostante…
Francesco non era affatto cieco. Vedeva bene le fragilità e anche i peccati presenti nella Chiesa, ma non si fermava a quelli. Nel suo Testamento scrive una frase bellissima: dice di non voler considerare nei sacerdoti il peccato. Sa benissimo che il peccato esiste, ma aggiunge che attraverso di loro vede il Figlio di Dio e riceve il Santissimo Corpo e il Santissimo Sangue di Cristo. È questo che conta ai suoi occhi. La bilancia, per lui, pende tutta da questa parte
Ci saranno i giovani, ancora una volta, ad accogliere il rappresentante di una Chiesa che non sempre riesce nel dialogo con loro…
Questo Papa non cerca facili consensi, non rincorre la battuta. Viviamo in un tempo in cui tanti parlano dei giovani, ma pochi parlano davvero ai giovani. Dice parole che possono anche non essere condivise, ma i giovani lo ascoltano. È una questione di atteggiamento, di postura educativa. Poi il Papa va dove si trovano i giovani. Non li aspetta, va. Anche noi dovremmo essere capaci di raggiungerli.
Come non chiederle di questo tempo di conflitti…
Stiamo vivendo una stagione nella quale, se non si rimette davvero al centro un orizzonte evangelico, rischiamo di andare a sbattere. E quando accadrà ci faremo molto male. La situazione internazionale è profondamente preoccupante e non è un caso che Papa Leone, fin dal primo momento del suo pontificato, abbia posto al centro una parola: pace. Quella parola è un timbro del suo pontificato. Più di sessant’anni fa, durante la crisi di Cuba, anche san Giovanni XXIII pronunciò con forza la parola “pace” (qui Accrocca si commuove ndr.). Oggi ci ritroviamo, purtroppo, nella necessità di ripetere le stesse cose. È come se quei sessant’anni fossero trascorsi inutilmente. Questo, in fondo, rappresenta il nostro fallimento.
Ho avuto la sensazione che Papa Leone nel rispondere a Trump abbia come fatto da scudo, catalizzando su di sè l’attenzione, chissà se non anche nel tentativo di distoglierla da obiettivi ben più sanguinanti
Ha continuato a parlare di pace senza arretrare. Credo che quella vicenda abbia messo soprattutto in evidenza la pochezza di chi oggi siede alla Casa Bianca. C’è da domandarsi come realtà tanto importanti possano essere affidate alla guida di uomini la cui capacità appare, quantomeno, discutibile, e i cui interessi personali e le cui commistioni sono spesso facilmente individuabili. Dall’altra parte, invece, vedo l’immagine del leone che si fa agnello. È proprio nel momento in cui si presenta come un agnello davanti a un toro inferocito che emerge ancora di più la sua forza. Il confronto tra i due è impari. Se guardiamo al piano umano, intellettuale e morale, persino immaginare un confronto sarebbe offensivo nei confronti del Pontefice.
Ritorniamo in casa: cresce la secolarizzazione, diminuisce la partecipazione alla vita ecclesiale, allo stesso tempo, però, sembra emergere soprattutto nei giovani un bisogno di spiritualità, che spesso cerca risposte altrove…
Non servono chiacchiere, né devozioni a buon mercato. Ai giovani certe cose non interessano. Se gli proponi devozione, rischiano persino di sorriderti in faccia. Sono invece molto sensibili quando incontrano persone la cui esistenza è stata trasformata dall’incontro con Cristo. Davanti a una vita cambiata si interrogano. Poi vorrei soffermarmi sulla serenità. Hanno bisogno di incontrare persone serene, gioiose. Non parlo dello sballo. Parlo di quella serenità profonda che nasce dal senso dato alla propria vita. E poi la qualità delle relazioni. Quelle virtuali non bastano. Si è soli tra migliaia di followers.
Insomma la strada resta quella del praticare per primi il buon esempio…
Pensiamo per un attimo al carcere. A tal proposito ho chiesto a un sottosegretario del Governo di adoperarsi per evitarlo il più possibile soprattutto in una prima condanna per un giovane. Non rieduca, peggiora. A proposito di esempio ho detto di portarli al Serafico di Assisi. Lì si incontrano storie di ragazzi che non sono cambiati attraverso le punizioni. Credo che far sperimentare ai giovani esperienze concrete, accanto ai fragili, possa trasformare profondamente.
A trasformare l’uomo, nell’era del digitale, ci pensa anche l’intelligenza artificiale. Ne avverte l’urgenza di una riflessione anche il Papa , nella sua prima enciclica Magnifica Humanitas
Non mi sento di demonizzare alcuna tecnologia. Ogni medaglia ha il suo rovescio e l’intelligenza artificiale può offrire benefici enormi. Allo stesso tempo mi preoccupa un utilizzo superficiale, perché rischia di far regredire le nostre capacità. La sfida è arrivare a un uso saggio e, dico di più, umano dell’intelligenza artificiale. Che significa una cosa semplice ma non scontata. Al centro c’è e deve continuare ad rimanerci la persona.
