di Massimo Colonna
Resta la condanna a 16 anni per Andrea Arcangeli per l’accusa di omicidio volontario di Victor Marian Iordache. Questa la decisione presa dai giudici della corte d’Appello di Perugia che mercoledì mattina hanno definito così il secondo grado di giudizio, confermando in sostanza la decisione presa dal tribunale di Terni il 7 ottobre scorso. Intanto la difesa, in attesa di leggere le motivazioni, pensa al ricorso in Cassazione.
La decisione Nella tarda mattinata di mercoledì dunque i giudici hanno stabilito la conferma della sentenza di primo grado: restano 16 gli anni per Arcangeli, come stabilito dal giudice per l’udienza preliminare Massimo Zanetti che ha celebrato il procedimento con la formula del rito abbreviato nel tribunale di Terni. Quella decisione in particolare aveva accolto le richieste del pubblico ministero Elisabetta Massini che nella requisitoria aveva chiesto proprio 16 anni. Iordache venne ucciso nell’aprile 2014 e poi sepolto da Arcangeli nei boschi tra Molenano e Miranda, dove è stata ritrovata la salma nel luglio dello stesso anno.
La battaglia sulle attenuanti In quella sede era iniziata la discussione sulle attenuanti generiche, inserite nel dispositivo di primo grado e indicate anche dallo stesso pm in particolare per la collaborazione che il 45enne aveva dimostrato con gli inquirenti. Collaborazione dovuta al fatto che è stato lo stesso omicida a portare gli inquirenti sul luogo in cui aveva nascosto il cadavere di Iordache, 38 anni. Proprio sulle attenuanti invece la famiglia della vittima, costituitasi parte civile tramite il legale Massimo Proietti, aveva contestato la valenza assegnata nel computo della sentenza.
L’appello Di fronte ai giudici della corte d’Appello i legali difensori dell’uomo, i legali Francesco Mattiangeli e Vittorina Sbaraglini, mercoledì mattina hanno presentato istanza di una riduzione della condanna proprio in virtù del riconoscimento delle attenuanti generiche che, secondo la difesa, avrebbe dovuto portare ad un alleggerimento della sentenza. In attesa delle motivazioni i due legali pensano ad un ricorso in Cassazione.
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