di Chiara Fabrizi

Riconosciuta l’attenuante della seminfermità di mente a Erjon Behari, a cui è stata ridotta la pena da 24 a 21 anni per l’omicidio volontario aggravato dai futili motivi di Stefano Bartoli, 28 anni. Questa la sentenza emessa, intorno alle 13.30, dalla Corte d’Assise d’appello di Perugia (presidente Battistacci) per il 44enne albanese che, il 20 luglio 2024 in via Due Giugno a Spoleto, ha ucciso con una coltellata al costato il giovane spoletino.

Col dispositivo letto in aula, che ha quindi parzialmente riformato la sentenza pronunciata l’ottobre scorso dalla Corte d’Assise di Terni, i giudici di secondo grado hanno anche disposto per tre anni il ricovero del detenuto albanese di 44 anni in una struttura di cura e custodia, ossia una Rems. Le motivazioni della decisione odierna, arrivata dopo due ore circa di camera di consiglio, saranno depositate entro 90 giorni.

Per Behari, comunque, il sostituto procuratore generale Paolo Barlucchi aveva chiesto di confermare la condanna a 24 anni e 1 mese inflitta al 44enne poco più di 6 mesi fa. E altrettanto aveva fatto l’avvocato Andrea Bellingacci, che rappresenta i familiari di Bartoli, mentre la difesa di Behari, affidata all’avvocato Maria Donatella Aiello, è tornata a reiterare la richiesta di una perizia psichiatrica, oltre a sollecitare la riqualificazione dell’omicidio volontario in preterintenzionale e l’assoluzione per il proprio assistito dall’accusa di porto abusivo di armi, cioè del coltello con cui ha ucciso Bartoli.

Uscendo dal tribunale, l’avvocato dei familiari della vittima ha commentato: «L’impianto della sentenza e quindi delle responsabilità di Behari è stato sostanzialmente confermato, ma non possiamo ritenerci soddisfatti, avendo chiesto la conferma della sentenza di primo grado e trovandoci con una riduzione della pena». La difesa, dal canto suo, ha sostenuto che la Corte, «riconoscendo la seminfermitá di mente, avrebbe dovuto applicare una riduzione maggiore della pena. Ora – ha proseguito la difesa – attendiamo le motivazioni della sentenza, ma certamente faremo ricorso in Cassazione».

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