venerdì 22 febbraio - Aggiornato alle 13:49

Tafazzismi, harakiri e meno consensi: così in Umbria spariscono le primarie per i candidati sindaco

Rispetto al 2014 il quadro politico radicalmente mutato per il centrosinistra porta a battere altre strade

Un seggio allestito per le primarie (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi

«Per ogni cosa c’è il suo momento», è detto nell’Ecclesiaste, e molto più laicamente la cosa vale anche nel Pd umbro che si avvicina alla cruciale partita di maggio, in vista della quale in molti concordano con la linea di Ivano Fossati, assai amato e cantato nel centrosinistra: «E quella volta che noi due era meglio parlarci». Di acqua dall’inizio del 2014 a oggi ne è passata tantissima sotto i ponti della politica. Matteo Renzi aveva da poco conquistato, nel giorno dell’Immacolata Concezione, la segreteria del Pd con un risultato inequivocabile (67%) in quelli che si riveleranno, per lui, i fatali primi giorni di dicembre; il 4 dicembre di 3 anni dopo infatti il referendum sulla riforma costituzionale segnerà la fine della parabola dell’ex premier, l’ennesima leadership bruciata nel tempo di un fuoco d’artificio. All’inizio del 2014 però il consenso intorno al progetto politico di Renzi era molto ampio e il Pd si avviava a conquistare, alle europee, quel 40% mai più toccato. La Lega ora sulla cresta dell’onda invece, in quei mesi tra scandali e crisi di consenso era ridotta a percentuali da prefisso telefonico, mentre il M5S era da poco entrato in quel Parlamento che, in teoria, avrebbe dovuto aprire come una scatoletta di tonno.

Addio primarie? Era questo il quadro nazionale che faceva da sfondo alle amministrative in Umbria, dove al voto erano attesi quasi 60 comuni. Rispetto ad allora però c’è un dato eclatante che salta agli occhi: la sparizione dall’orizzonte delle primarie con cui, in molti casi, Pd e centrosinistra hanno selezionato i candidati sindaci. E invece appena cinque anni fa, un tempo lunghissimo per la politica di oggi, la battaglia per i gazebo impazzava in vaste lande dell’Umbria. In teoria, leggendo lo statuto del Pd umbro, i gazebo sarebbero lo strumento principe per la selezione delle candidature: «Il Pd dell’Umbria – recita l’articolo 19 – assume il metodo delle primarie per la scelta dei candidati a cariche istituzionali elettive come elemento fondamentale per la qualificazione della propria rappresentanza e della propria proposta politica e per una dinamica integrazione tra democrazia interna alle istanze del partito e partecipazione diretta dei cittadini elettori». E se non fosse chiaro, il comma 3 spiega che per «la selezione delle candidature per le cariche monocratiche», come è il caso dei sindaci, «avviene sempre con il metodo delle primarie», fatto salvo il caso di quelli uscenti, per sfidare i quali serve almeno il 30% dell’assemblea comunale.

A CASTIGLIONE PATTO A 3 PER EVITARE DI FARSI DEL MALE

Solo a Castiglione Così accadde a Perugia, caso esemplare di harakiri eseguito conficcando nel corpo politico del partito la lama sacra della partecipazione. È vero che rispetto ad allora ci sono molti sindaci al primo turno ma in generale di primarie si parla pochissimo e il livello di conflittualità dentro il Pd – o meglio di tafazzismo – è almeno per il momento notevolmente meno plateale, complice il nuovo scenario. Gianpiero Bocci, cattolico che probabilmente conosce il brano dell’Ecclesiaste, a Castiglione del Lago si è trovato la tavola delle primarie già apparecchiata e quindi fermare la macchina sarebbe stato impossibile. Martedì però, presentando i tre contendenti chiamati – sperano loro – a raccogliere l’eredità di Sergio Batino, è stato chiarissimo. Oltre a far firmare un sintomatico patto che vincola il terzetto a non fare scherzi dopo il voto, il neo segretario dem è stato : «Le primarie le faremo qui e soltanto qui»; il che sembra mettere la parola fine a ipotetiche discussioni future da parte di un segretario che ha lanciato due parole d’ordine: unità e inclusione.

63 COMUNI AL VOTO: COSÌ PUÒ CAMBIARE IL VOLTO DELL’UMBRIA

Tutto un ribollire di partecipazione All’inizio del 2014 invece era tutto un ribollire di «partecipazione» e di cacciaviti per il montaggio dei gazebo. Come ovvio non in tutti casi si può parlare di tafazzismi o harakiri, ma in altri le primarie sono parse foglie di fico utili a coprire quella voglia matta di azzoppare il rivale e prenderne il posto in battaglie dove, francamente, si faceva enorme fatica a capire cosa separava i rivali in termini di idee e programmi. Oltre che a Perugia i gazebo furono montati anche a Castiglione del Lago (Batino all’epoca era al primo turno), Spello, Paciano, Piegaro, Città della Pieve (anche qui Manganello era al primo turno, ma le primarie le vinse Scricciolo), Panicale, Montefalco, San Giustino, Magione, Giano dell’Umbria e Orvieto, dove la conflittualità in casa dem (in sella c’è Germani che punta a un secondo mandato) è in realtà forte anche in questi giorni. Di sicuro all’epoca il fatto che un sindaco fosse al primo turno – di per sé non un motivo sufficiente per ottenerne automaticamente un secondo – non rappresentò un ostacolo indipendentemente dall’operato del primo cittadino uscente.

Un tessuto liso A Foligno la coalizione perse un pezzo, ovvero l’assessore della giunta Mismetti Elisabetta Piccolotti che, dopo aver chiesto per settimane le primarie, si candidò in solitaria; senza dimenticare la ‘carica dei 102’ di Giuseppe ‘Peppe’ Riommi, cioè quelli che volevano una candidatura dell’ex assessore regionale. Una disputa che si concluse accantonando le primarie solo il 30 marzo, a meno di due mesi dal voto. Pochi giorni prima, il 20, stop alle primarie anche a Spoleto (dove c’era l’uscente Daniele Benedetti) dopo settimane anche qui di avvitamenti e contorsioni interne i cui effetti benefici, in termini elettorali, sono tutti da valutare. Ci fu poi, per rimanere tra i Comuni più importanti, il caso di Terni, dove fu data vita a un comitato con lo scopo di chiedere quelle primarie che, nelle intenzioni dei proponenti, avrebbe dovuto rafforzare il candidato vincitore. La realtà è che in molti casi i gazebo sono parsi a molti, più che la sede di limpide battaglie fra idee e programmi distinti, i luoghi in cui i gruppi dirigenti hanno regolato i loro conti interni, al netto della retorica sulla partecipazione e la capacità espansiva verso l’esterno; un tessuto che oggi a questi livelli pare politicamente liso ma che, chissà, potrebbe tornare di moda nelle prossime settimane o nel 2020, quando nei cinema umbri si proietterà un classico che ha ormai 40 anni: la battaglia per la presidenza della Regione, anche se stavolta il finale pare tutt’altro che scontato.

Twitter @DanieleBovi

I commenti sono chiusi.