di Daniele Bovi
Confindustria Umbria nei giorni scorsi l’ha chiamato «un nuovo progetto per l’Umbria», Cna lunedì «un patto per l’innovazione e la giustizia sociale nella regione»; insomma, dal mondo delle imprese si chiede di voltare pagina e di cambiare passo dopo un durissimo decennio di crisi. E proprio la crisi, o meglio le sue conseguenze in Umbria sono state al centro del dossier, fitto di numeri, presentato lunedì da Cna insieme a dieci proposte per ripartire, allo scopo di dare benzina alla macchina della ripresa che dal 2015, seppur in modo debole, sta cominciando a macinare chilometri anche in Umbria. Il quadro, quello di una regione dove la crisi ha picchiato in modo più duro rispetto al resto d’Italia, non è nuovo ma i numeri, messi in fila, fanno una certa impressione: -15 per cento di Pil in un decennio (con un recupero dal 2015, in tutto +3,2 per cento, in linea con la media nazionale), 24 mila disoccupati in più e 7 mila occupati in meno, investimenti in calo di oltre un terzo, consumi scesi dell’8,3 per cento, redditi sostanzialmente fermi, un peso minore dell’industria (e maggiore dei servizi) e oltre tremila imprese artigiane in meno.
CONFINDUSTRIA: PER L’UMBRIA SERVE NUOVO PROGETTO
Servizi e industria In particolare il minor peso dell’industria è misurato in termini di valore aggiunto, passato dal 25 al 19 per cento per quanto riguarda il primo settore e dal 67 al 73 per cento relativamente al secondo; un calo, quello del valore aggiunto, molto forte in particolare per le costruzioni (-26 per cento) e per l’industria (-36 per cento), mentre è stato più contenuto per i servizi (-5 per cento). Quanto ai consumi, dal 2014 sono ripartiti (+3,3 per cento) ma meno della media nazionale (+5,2 per cento) dopo una flessione notevole dal 2007 al 2014 (-11 per cento). Un dato da leggere insieme a quello sui redditi, fermi (dagli 11.728 euro di media del 2007 ai 12.006 del 2016), mentre l’inflazione è cresciuta del 13 per cento nello stesso periodo; due numeri che parlano dell’erosione del potere d’acquisto.
Il lavoro Lunga è ancora la strada anche per quanto riguarda il fronte del lavoro: se gli occupati nel 2007 erano 359 mila, nel 2017 sono 352 mila mentre in Italia crescono seppur in modo lieve (+0,8 per cento). Tra questi è salito il numero delle donne che lavorano, anche se meno del resto del paese, in un quadro dove il colpo più duro l’hanno subito i lavori indipendenti (-4,2 per cento) e non quelli dipendenti (-1,1 per cento). I lavoratori a tempo indeterminato sono rimasti stabili dal 2007 al 2017, mentre sono di meno quelli a tempo (da 42 mila a 37 mila). Parlando invece dei disoccupati, erano 17 mila nel 2007 e 41 mila 10 anni dopo, con una crescita del 138 per cento a fronte di una media italiana del 92 per cento; tradotto in termini percentuali, la disoccupazione è passata dal 4,6 al 10,5 per cento, in linea col dato italiano (10,9 per cento). Quanto alle imprese, sono passate da 83 mila a 80 mila, diminuendo un po’ più della media.
LAVORATORI MANUALI ESCLUSI, A RISCHIO COESIONE SOCIALE
I settori Da settore a settore però i numeri cambiano: in dieci anni è rimasto stabile il commercio (20 mila), le costruzioni ne hanno perse duemila (da 13 a 11 mila), idem l’agricoltura (da 18 mila a 16 mila). Per altre invece c’è il segno più, in particolare per tutta l’area dei servizi, degli alloggi e della ristorazione (in tutto oltre duemila), in linea con quanto successo nel resto del paese. Un contesto dentro il quale va registrata la diminuzione delle imprese artigiane (da 24 mila a 21 mila). A far sorridere solo i dati relativi all’export (anche al netto dell’acciaio ternano, determinante per il settore), che ormai si attesta intorno ai 3,6 miliardi di euro, (+38 per cento tra il 2009 e il 2016) con tutto il settore del Made in Italy sugli scudi. Segnali positivi anche dal comparto turistico dopo il terribile anno segnato dal terremoto, con una spesa che tra italiani e stranieri si aggira intorno al mezzo miliardo di euro, cioè oltre il due per cento del Pil regionale.
COSÌ L’UMBRIA SI ALLONTANA DALLA TOSCANA
Da dove ripartire In questo contesto Cna chiede di ripartire dalle micro e dalle piccole imprese – che rappresentano l’ossatura dell’economia regionale – dall’integrazione tra manifattura tradizionale e digitale, dall’internazionalizzazione, dalla velocizzazione della ricostruzione post-sisma, dal turismo con tutta la filiera «cultura, arte e bellezza», dall’internazionalizzazione, dalle infrastrutture (in primis Nodo di Perugia, Alta velocità e aeroporto), dalla formazione professionale e dai fondi europei usati per agevolare gli investimenti delle imprese. «Nell’economia del futuro – ha sottolineato il direttore di Cna Umbria Roberto Giannangeli – a fare la differenza saranno i saperi e l’innovazione». «La situazione è molto preoccupante – ha detto il direttore di Cna Renato Cesca – ma non siamo all’anno zero. Dobbiamo lavorare insieme. Per crescere è necessario costruire un nuovo senso di comunità riannodando i fili di una società completamente trasformata negli ultimi dieci anni. E i corpi intermedi possono rappresentare uno strumento utile per trovare una nuova identità».
