Dov’è che le imprese umbre funzionano davvero? A questa domanda tenta di rispondere l’analisi della Camera di Commercio dell’Umbria che ha scelto l’Ebitda margin per stilare la graduatoria economica. Fuori dal linguaggio tecnico, l’indicatore misura quanto resta all’impresa dopo aver sostenuto i costi intermedi e il costo del personale, prima di pagare imposte, interessi, svalutazioni e ammortamenti. Per l’ente camerale l’Ebitda rappresneta «il punto in cui i ricavi smettono di essere solo fatturato e diventano capacità industriale, finanziaria e strategica».
Il nuovo approfondimento territoriale, che prende in esame i comuni con più di 10 mila abitanti (escluso Narni per un problema tecnico), consegna una geografia considerata «interessante» dalla Camera di Commercio dell’Umbria, che ricorda come per l’indicatore «la soglia del 10 per cento sia considerata dalla lettura economica un livello di riferimento per misurare appetibilità e capacità di sviluppo di un sistema produttivo».
Ebbene il valore medio più alto si riscontra nei bilanci 2025 delle aziende con sede San Giustino dove l’Ebitda margin si attesta al 19,9 per cento; seguono Gubbio con il 16,1 per cento; Marsciano con il 12,2 per cento; Amelia con l’11,9 per cento; e Castiglione del Lago con l’11,7 per cento. Sopra la soglia del 10 per cento anche Assisi, con l’11,4 per cento.
C’è poi Foligno che, in base all’analisi diffusa il 2 maggio, realizza precisamente sul valore soglia del 10 per cento, mentre a ridosso ci sono Umbertide, con il 9,2 per cento; Corciano con l’8,8 per cento; Orvieto con l’8,6 per cento; Bastia Umbra con l’8,3 per cento; e Todi con l’8 per cento. Per l’ente camerale questi sei territori «sono vicini all’area di solidità, ma con una capacità media di generare margine meno intensa rispetto ai Comuni di testa».
Distanti dal valore soglia gli Ebitda margin delle aziende con sede a Perugia 6,7 per cento; Spoleto 6,3 per cento; Terni 6 per cento; Magione 5,9 per cento; Città di Castello 4,1 per cento; Gualdo Tadino 2,1 per cento. Il risultato offerto dall’indicatore non va inteso «come una bocciatura del tessuto produttivo – precisa il report dell’ente camerale umbro – bensì segnalano una maggiore compressione medie dei margini, ossia le imprese producono, vendono e lavorano, ma una quota più ampia del valore generato viene assorbita dai costi», comprimendo così la capacità di «investire, assumere, innovare e reggere gli shock».
In questo senso, l’analisi porta con sé un avvertimento, ossia che quella dell’Ebitda margin «non è soltanto a una graduatoria tra comuni» ma «una mappa che segnala i territori che hanno più strumenti per restare sul mercato, finanziare nuovi progetti, affrontare il costo del denaro, investire in tecnologie e resistere alle turbolenze», perché dove l’indicatore «è basso, il sistema produttivo resta più esposto: il margine non è un dettaglio contabile, bensì il carburante dello sviluppo».
Da qui il commento del presidente Giorgio Mencaroni secondo cui il rapporto rilasciato il 2 maggio «ci dice una cosa molto chiara: la crescita non si misura soltanto con i ricavi, ma con la capacità delle imprese di generare valore, trattenere margini e trasformarli in investimenti, occupazione e innovazione. Il nostro compito è fare in modo che questa capacità si allarghi a tutto il territorio regionale, aiutando il sistema produttivo a fare un salto di qualità, accompagnando le imprese nella transizione digitale ed ecologica, nella modernizzazione dei processi, nell’accesso a competenze nuove e nella costruzione di modelli più solidi».
