di Ivano Porfiri
«Ci sono alcuni retaggi di una storia gloriosa che però non possono trovare continuità. Noi dobbiamo interlocuire tutti i giorni con la politica ma consci del fatto che siamo rappresentanti di una parte di interessi e la politica deve rispondere a quegli interessi per cui alcuni percorsi e scelte non dovrebbero avvenire». In una fase delicata per il sindacato, sotto elezioni e con il congresso alle porte, il segretario regionale della Cgil Vincenzo Sgalla pianta paletti e traccia linee di demarcazione. Anzi, sfida i politici (e le imprese) a costruire un ‘Patto per l’Umbria’ che guardi lontano ma ognuno interpretando il suo ruolo.
Segretario, da Novelli a Tagina, da Nardi a Maran: come nasce questa nuova ondata di crisi?
«Noi avevamo mappato circa 150 crisi aziendali, a queste si è aggiunta questa ondata. Da un lato è la conferma di una difficoltà strutturale della nostra regione, che ha subito la crisi più degli altri. Dall’altro c’è l’elemento rappresentato dalla terza generazione di imprenditori. Nardi ha commesse per 1,5 milioni, Tagina un mercato in ripresa, Maran finché c’è stato il fondatore era sul mercato ma la famiglia non è stata in grado di portare avanti il progetto, come è avvenuto con la Novelli. Questo ci dice che c’è una generazione post industriale che evidenzia limiti di managerialità».
Poi ci sono casi come Colussi e Perugina dove non c’è crisi ma si creano esuberi. È il nuovo fenomeno mondiale della tecnologia che ruba lavoro?
«Quello dell’innovazione e digitalizzazione delle imprese è un tema da affrontare e su cui la Cgil farà la conferenza di programma il prossimo 30 e 31 a Milano. Ma le crisi che ha citato secondo me non derivano da questo, quanto da una cattiva gestione precedente. Colussi ha provato investimenti non andati a buon fine, traducendosi nella necessità di ristrutturare. Su Perugina ci troviamo di fronte alla maggiore multinazionale del settore alimentare al mondo che fattura solo il 3 per cento in cioccolato, di cui l’1 lo ha appena venduto a Ferrero, e questo poco interesse si riflette anche su San Sisto».
Nel caso di Perugina, come Ast a Terni, si colpisce un’azienda identitaria per la città.
«Sono d’accordo, sono simboli che vanno oltre l’impresa. Nel caso di Terni vale anche metà dell’export dell’Umbria. Perugina ha un volume molto ridotto rispetto al passato ma il valore simbolico è smisurato rispetto all’interesse che Nestlè, ahinoi, ci mette».
Siamo ormai in campagna elettorale. Cosa chiedete ai futuri parlamentari umbri?
«A un candidato l’altro giorno dicevo: dovete intervenire in ogni singola vertenza e non approcciarla con un generico ‘faremo di tutto per risolverla’. Oggi i lavoratori si aspettano solo una risposta: risolveremo la tua vertenza. Per noi questo impegno è una precondizione se uno vuole fare il parlamentare. La disillusione che attraverso il voto possa risolversi il proprio problema occupazionale oggi rischia di produrre una forte astensione o il voto di protesta».
La Cgil è stata trascinata nel toto candidature: tante voci su dirigenti e anche su di lei.
«Spero che questa combinazione sia sempre meno presente. Luca Turcheria, nostro coordinatore Rsu alla Perugina, all’offerta di candidarsi ha risposto che in questo momento ha un impegno e non intende barattarlo con un posto in Parlamento. Le altre voci sono frutto di un retaggio del passato che spero termini presto. La Cgil faccia la Cgil, il sindacato faccia il sindacato, ne abbiamo assolutamente bisogno. Per quanto mi riguarda, nei comportamenti individuali e per la responsabilità che ho, cercherò di mantener fede a questo tipo di affermazione».
Con la Regione si parla di un nuovo patto sociale, è il rilancio della concertazione?
«Penso che ci siano parole malate che hanno esaurito la loro funzione: concertazione evoca che ci si veda tutti intorno a un tavolo per riconoscersi reciprocamente ma senza risolvere i problemi. Invece avremmo bisogno di un’altra cosa, di un ‘Progetto per l’Umbria’, un’idea generale complessiva della regione sulla base di una valutazione di contesto oggettiva e condivisa e cioè che l’Umbria negli ultimi 20 anni ha avuto difficoltà sul suo modello di sviluppo e negli ultimi 10 ha sofferto la crisi come nessun’altra regione. Questo non è riconducibile a una singola responsabilità, chi lo fa o è disonesto o non sa di cosa parla. Se partiamo da qui il progetto per l’Umbria è il disegno della casa che ognuno di noi immagina di costruire da qui a 10 anni in cui gli attori sociali contribuiscono alla realizzazione ciascuno per la propria parte. Può sembrare velleitario ma io contesto il modello opposto in cui la politica mette a disposizione le risorse e il sistema delle imprese va ad attingervi. Sarei curioso, ad esempio di sapere quante nostre imprese hanno attivato l’iper ammortamento di Calenda. Quante sono state in grado di intercettare il cambiamento?».
Beh, alcune lo hanno fatto e oggi esportano in tutto il mondo.
«Alcune certamente sì ma le conosciamo, sono 50 o 60 medie imprese. Ma è il concetto che contesto ovvero che la funzione della politica sia quella di predisporre il terreno. Questo ha portato che chi è andato ad abbeverarsi alla fonte siano sempre gli stessi e si è creata una disparità sociale che non si era mai vista. La necessità del progetto per l’Umbria è che la politica vada a riequilibrare il sistema. O si ha questo coraggio e determinazione, sfidando anche l’economia ad andare in una direzione, oppure si continua come prima. La Cgil può essere parte di questo progetto che dovrebbe coinvolgere università, politica, manager. Questa prospettiva va costruita sul piano politico con una straordinaria forza e io penso che il 5 marzo ne verificheremo la necessità anche attraverso lo stimolo elettorale».
Come giudica il cambio alla guida di Confindustria Umbria?
«Spero che ci sia al più presto una interlocuzione diretta e formale. In questo ore a livello nazionale si discute sul nuovo modello di relazioni industriali. Alunni mi ha dato l’idea di essere cosciente della necessità di cambiamento nelle relazioni industriali anche in Umbria, spero che questo si traduca in una concretezza di rapporti e discussioni, inevitabilmente dialettiche, ma che abbiano come comune interesse il rilancio della nostra economia».
Anche il sindacato soffre una forte crisi di rappresentanza, specie dei giovani precari. Siete vicini al congresso, la Cgil saprà cambiare passo?
«È la domanda che ci interroga ogni mattina viste le tante crisi perché noi siamo qui per risolvere i problemi, non per farcene portavoce. Io credo che il nostro mestiere stia cambiando e cambierà in modo strutturale. Ci sono alcuni retaggi di una storia gloriosa che però non possono trovare continuità. Quello che dicevamo del rapporto con la politica è la prima necessità: noi dobbiamo interlocuire tutti i giorni con la politica ma consci del fatto che siamo rappresentanti di una parte di interessi e la politica deve rispondere a quegli interessi. Sul congresso dico che i cambiamenti sono stati storicamente la straordinaria forza della Cgil perché la Cgil è in grado di rinnovarsi come quadro dirigente e allora dobbiamo avviare la stagione congressuale – lo dirò ai nostri quadri dirigenti – con la consapevolezza di preparare il terreno per essere attrattivi verso le nuove generazioni e non solo come dichiarazione di intenti, ma anche affidando loro le responsabilità che gli spettano».
