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giovedì 19 maggio - Aggiornato alle 07:11

Sparatoria a Umbertide, la vedova Fezzuoglio: «Sono ripiombata nell’incubo, è stato terribile»

Sedici anni fa venne assassinato il marito carabiniere. Emanuela Becchetti: «In Italia i delinquenti non temono lo Stato»

Emanuela Becchetti e Donato Fezzuoglio

di Enzo Beretta 

«Sentir parlare di assalto a un furgone portavalori, sentir ripetere continuamente la parola ‘rapina’, sapere che c’è stata una persona ferita durante una colluttazione, apprendere di un’auto in fuga e di una sparatoria. Ecco, tutto questo, mi ha fatto ripiombare nell’incubo di quel drammatico 30 gennaio 2006 quando, sempre a Umbertide, venne ucciso mio marito Donato Fezzuoglio». La donna che parla è Emanuela Becchetti, rimasta vedova giovanissima del carabiniere scelto che all’età di 30 anni venne assassinato a colpi di kalashnikov mentre tentava di sventare una rapina alla filiale del Monte dei Paschi di Siena.

Una giornata difficile durante la quale sono tornate alla mente i ricordi peggiori.
«Sono passati quasi 16 anni, ormai, eppure sapere che sempre a Umbertide è accaduto un fatto così grave ha fatto tornare a galla quanto di più brutto ho vissuto nella mia vita attraverso la drammatica scomparsa di Donato. È accaduto di nuovo, ancora qui, a poche centinaia di metri rispetto a dove uccisero mio marito. Ho rivissuto tutto, è stato terribile».

Questa volta, per fortuna, non ci sono morti ma un vigilante ferito con il calcio del fucile.
«Il collega che era con lui lo conosco bene, è una persona speciale, amico dei carabinieri. Mi creda, ieri sono andata letteralmente nel pallone quando ho appreso la notizia. Il mio cellulare non smetteva più di suonare, mi sono voluta letteralmente eclissare per qualche ora. Avevo bisogno di respirare e di rimettere in ordine i pensieri. Qui in paese nessuno dimentica quello che è accaduto nel 2006, chi più chi meno, tutti abbiamo rivissuto l’esperienza di quel momento tanto brutto. Una cosa, però, vorrei aggiungerla».

Mi dica.
«In questo Paese le leggi non garantiscono la certezza della pena per chi commette reati. Per mio marito Donato, per quanto a distanza di tanti anni, dopo archiviazioni, contraddittori, sentenze e appelli infiniti è arrivata la condanna all’ergastolo per i suoi assassini, ma quanti malavitosi entrano ed escono dalle carceri come fossero hotel a cinque stelle? Chi fa il delinquente di mestiere lo mette in conto e si assume il rischio, minimo se vogliamo, di portare a termine azioni delittuose di microcriminalità utili ad accumulare soldi sporchi. Tanto sanno che la legge, più di tanto, non inciderà sul loro futuro e che torneranno liberi sempre troppo presto. Mi spiace ammettere questa cosa ma ho come la sensazione che le vere vittime siano le forze dell’ordine che cercano di fermare la criminalità. Ma, loro, chi li tutela? Per mio marito Donato c’è stata giustizia e lo Stato ha saputo offrire una risposta a nostro figlio Micky. Tante altre cose, però, andrebbero riviste. Purtroppo, in questo Paese, chi commette reati, anche gravi, non teme la punizione dello Stato».

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