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martedì 17 maggio - Aggiornato alle 02:15

Cementerie di Gubbio, cinque associazioni diffidano Regione e Provincia: «Da 30 anni mancano autorizzazioni»

Per gli ambientalisti c’è un vizio di fondo che ora impone la Via sia per produzioni ormai storiche ma anche per il recente ok all’uso del Css

Lo stabilimento Colacem di Ghigiano

Una diffida firmata dagli avvocati di cinque associazioni chiede al ministero della Salute e dell’Ambiente di sottoporre immediatamente le due cementerie di Gubbio, Colacem e Barbetti, a valutazione di impatto ambientale (Via). Il documento, che è stato inviato anche alla Procura di Perugia, è firmato dagli avvocati Paola Nuti, Elisabetta Parisi e Valeria Passeri, che rappresentato i comitati Conca eugubina, No Css nelle cementerie, Gubbio salute e ambiente, coordinamento regionale Umbria rifiuti zero e Wwf Perugia.

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Cinque associazioni diffidano Regione e Provincia Al centro dell’iniziativa non c’è, però, l’autorizzazione del 29 dicembre scorso con cui la Regione ha autorizzato Colacem e Barbetti a utilizzare fino a 50 mila tonnellate annue ciascuno di combustibile solido secondario (Css), ma «le pregresse autorizzazione rilasciate nel corso del tempo da Provincia e Regione con cui – è scritto in una nota congiunta – ai due opifici di Gubbio è stato permesso di ampliare progressivamente la qualità e la quantità di combustibili utilizzati per la produzione del clinker», ossia il componente base per la produzione del cemento. Secondo i tre avvocati, infatti, «la procedura di Via avrebbe dovuto essere svolta già a partire dal 1989, data di entrata in vigore dei provvedimenti stessi che l’hanno introdotta, tuttavia ad oggi non è mai stato valutato l’effetto combinato e complessivo degli inquinanti tra i due cementifici, a poca distanza l’uno dall’altro, in una conca intramontana che limita la dispersione delle emissioni, le ricadute sulla salute della popolazione e sull’economia locale, non basata solo sul cemento, ma anche su agricoltura biologica, apicoltura, turismo e cultura». In questo senso, le cinque associazioni ritengono che vi sia «un vizio di fondo, perdurante da più di trent’anni, che inficia tutta l’attività autorizzativa presente e passata: l’omessa valutazione di impatto ambientale, che, di conseguenza rende illegittima, per ricaduta, anche l’ultima autorizzazione all’utilizzo del combustibile solido secondario (Css)». Da qui la diffida agli enti competenti «a effettuare immediatamente la valutazione di impatto ambientale per i rinnovi autorizzativi pregressi e per quello appena rilasciato all’uso del Css», diversamente le associazioni e i rispettivi avvocati «si riservano di agire nelle sedi giudiziarie opportune, anche al fine di far valere l’omissione istituzionale grave a tal punto da determinare la mancanza di certezze su ambiente e salute».

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