di Sebastiano Pasero
Eccolo l’eroe popolare di Terni. Il ragazzo che a via Mazzini taglia i capelli a bottega dal padre Feruccio e che poi arriva a dirigere 221 partite in serie A. Mettendoci tenacia, capacità, sacrifici. L’arbitro internazionale, il fischietto che ferma gli dei dell’arena, il giudice supremo dello spettacolo più seguito al mondo. Eccolo Paolo Tagliavento di Terni, quella Terni che è arrivata in luoghi e situazioni impensabili. La Terni che si riconosce in Paolo Tagliavento e in tutti quei ragazzi che sono partiti dalla provincia e hanno conquistato la ribalta nazionale. E’ la Terni di Danilo Petrucci, di Riccardo Zampagna, di Alessio Foconi e ancor prima di Paolo Pileri e Libero Liberati, così come di Samanta Togni ed Emanuela Aureli. La Terni senza fronzoli ma con tanta sostanza. Eccolo Paolo Tagliavento, 46 anni a settembre, eccolo dietro una scrivania da club manager alla Ternana Calcio, eccolo che ride: «Ma quale eroe, gli eroi sono ben altri. Posso al massimo accettare popolare, nel senso che a Terni, la mia città, ho avuto sempre grande affetto, stima, per me un orgoglio. Sentire Paolo Tagliavento di Terni un motivo di vanto innanzitutto per me. Non sono enfatico, è la verità».
Il ragazzo di Campitello «Da quando sono nato, fino a quando mi sono sposato, a 30 anni, ho abitato a Campitello, l’ho visto trasformarsi, da ragazzini giocavamo in strada, a pallone, d’estate in una mattinata ci interrompevamo due, tre volte per il passaggio delle macchine. Oggi non faresti in tempo neanche a metterlo il pallone in strada. E’ stata un’infanzia bella, Campitello era un paese, quando venivi in centro avvertivi lo stacco, c’erano negozi che per noi ragazzi erano un sogno: Barbetti, Oliva. Terni era elegante, fiduciosa, piena di voglia di fare. Ho iniziato a giocare a pallone nella Maroso, il mister era Tacconelli, con me c’erano Riccardo Zampagna e Luca Urbani che poi è diventato un importante procuratore di calcio, un agente Fifa».
Zampagna nel tunnel di San Siro «Ci siamo ritrovati in serie A, per Milan-Messina, ci siamo detti ‘Avresti mai pensato?’ Avevamo voglia di abbracciarci, poi in campo…». Sorride: «Lui ha il sangue caldo, io la mia personalità, è stato un battibecco continuo, chiaramente parlavamo in ternano. Ci siamo abbracciati tempo dopo».
Il passato da calciatore «Giocavo sulla fascia, sgroppavo, la figura dell’arbitro mi ha sempre affascinato, quando c’era la chiama nello spogliatoio era lì che iniziava la partita. A 17 anni sono andato a fare il corso alla sezione arbitri di Terni, in via del Tribunale. La mia prima partita me la ricordo in maniera nitida, Real Serenissima – Bosico, al campo di viale Brin. Era il 1989».
Il ragazzo semplice «Ho fatto le professionali, poi ho lavorato con mio padre, ci ho messo del tempo per capire che fare l’arbitro sarebbe diventato il mio lavoro. In Italia ci sono 35 mila arbitri, 20 in serie A. Per anni ho fatto i campetti, quelli pieni di polvere e fango, ma per me erano importantissimi, ci andavo concentrato, quando sei preso dalla partita te ne accorgi dopo se c’è il sole o la pioggia. Se la domenica avevo una gara da dirigere, fosse anche una degli allievi nazionali, il sabato sera non andavo al Fellini o all’Abacab, le discoteche mi sono piaciute sempre poco ma per me stare con gli amici è stato sempre importante». «La svolta è stata al secondo anno di C, venivo da due belle stagioni, ma di solito il passaggio, per chi va avanti, avviene al terzo, quarto anno. All’ultima dei play off, Pescara-Martina, c’era sugli spalti il supervisore Maurizio Mattei. Fischio la fine e vado negli spogliatoi, arriva Mattei. Li ho capito che era la svolta, che si apriva un altro mondo».
La tenacia «Ho vissuto sensazioni uniche, ho avuto la fortuna di arbitrare Scozia-Inghilterra a Glasgow, qualificazioni per i Mondiali, non ho mai sentito uno stadio esplodere in quel modo per i due gol della Scozia e piombare nel silenzio assoluto per i due gol degli avversari, con l’Inghilterra che ha pareggiato al 93′. Ho vissuto momenti duri. Me la ricordo ancora Fiorentina-Salernitana, in serie B, un anticipo trasmesso in tv, la Fiorentina va in vantaggio con un gol viziato da un fallo di mano che non ho visto. La partita si innervosisce, per me diventa difficilissima. Vado al raduno a Coverciano demoralizzato. Il designatore se ne accorge subito e mi dice: ‘Il carattere deve venire fuori adesso’».
Il ragazzo semplice che dice concetti profondi con semplicità «In questi anni da arbitro ho imparato che l’errore è sempre in agguato, perché è legato a situazioni che non hai previsto. Lavori tutta la settimana per ridurre la possibilità di errore ma la perfezione non esiste. Ho imparato ad accettare l’imperfezione, che in fondo è una condizione esistenziale». Un metodico, pignolo prima di tutto con se stesso: «Il lunedì è stato sempre dedicato all’analisi della partita. Rivedevo la registrazione, me la ripassavo in mente. Dal martedì iniziavo a lavorare alla partita successiva, due ore di allenamento al giorno, dal giovedì in ritiro».
Gli affetti il serbatoio della serenità «Non puoi arrivare in alto se non hai persone che ti danno forza. Mi sono commosso pochissime volte, ma quando all’ultima partita che ho diretto ho visto lo striscione che i miei amici avevano messo sulla Montemario ‘Paolo orgoglio di Terni’ non mi sono trattenuto. Le figure di mio padre e mia madre sono importantissime, mia madre Urbana è venuta a mancare a 65 anni per un male purtroppo troppo frequente a Terni, mi è stata sempre vicino, mio padre il martedì a negozio aspettava sempre la mia valutazione sulla partita e diceva la sua. Quando lavoravo al suo negozio, che ancora oggi ad 83 anni manda avanti, mi ha lasciato liberi tanti sabati, sacrificandosi lui. Alberto Tatangelo, presidente dell’Aia di Terni, è un’altra figura importante, è stato il mio confessore, la spalla su cui appoggiarmi».
La nuova vita «E’ vero, avrei potuto lavorare fuori Terni, ma la mia è stata una scelta. Ne ho parlato con mia moglie Cristina, che lavora ad Amelia, in banca, per lei vedermi a casa è una novità – sorride – la Ternana per me è stata sempre il sogno, da ragazzino sono cresciuto con la Ternana di Tobia, la squadra dell’entusiasmo, della città che si ritrova unita allo stadio, degli oltre 10mila a Cesena. Ho conosciuto il presidente Ranucci, una persona con la quale ho una grande intesa. Che cosa posso portare alla Ternana? La presenza di un arbitro è un messaggio importante per tutto l’ambiente, vuol dire rispetto delle regole, dell’avversario. Ci sto mettendo tanto impegno, metodo, che sono poi le mie caratteristiche. Penso che, soprattutto, imparerò. L’arbitro è un uomo solo, qui siamo un gruppo, qui si lavora per una squadra, per riportare in alto la Ternana, che il sogno di ogni ragazzo di Terni. Penso che a Terni si possano fare cose positive, in tutti i settori, la città è sfiduciata ma i ternani hanno tante doti, l’importante è non cadere nel vittimismo, nella lamentela, nel sentirsi sempre e comunque penalizzati».
Il fragore dell’arena «Più che gli stadi italiani mi mancano quelli esteri perché lì ci sono sempre grandissime sensazioni, ci sono mondi nuovi da scoprire, ma per me anche andare al Liberati è una bella emozione. E’ lo stadio della mia città e sono convinto che tornerà ad essere un grande stadio».
