C’è chi sceglie di rivolgersi alla sanità privata per velocizzare diagnosi e cura. E c’è chi non può farlo per ragioni economiche. Come chi rifiuta di farlo eticamente, credendo in una sanità uguale per ricchi e poveri. Tra gli uni e gli altri ci sono altre esperienze: da un lato persone benestanti che ritengono giusto non gravare sulla sanità pubblica provvedendo a pagare direttamente le prestazioni sanitarie private. Dall’altro quelli che si organizzano con un fondo o con una assicurazione. Ovvero pagano una cifra periodica per usufruire di determinati servizi. Cifra che è in parte soggetta a incentivi fiscali. Si chiamava sanità integrativa. Oggi Gimbe, ci informa che la tendenza è quella di diventare sostitutiva del servizio pubblico.
Negli ultimi anni il dibattito sulla sanità integrativa è uscito dagli ambiti tecnici ed è entrato sempre più nel confronto pubblico. Al centro non c’è più soltanto il ruolo dei fondi sanitari, ma la loro trasformazione: da strumenti complementari al servizio sanitario nazionale a possibili fattori di riequilibrio – o, secondo alcune analisi, di squilibrio – del sistema.
A mettere ordine tra percezioni e dati è soprattutto la Fondazione Gimbe, che negli ultimi rapporti descrive un fenomeno preciso: la crescita della spesa privata e, parallelamente, l’aumento della rinuncia alle cure.
Nel 2024 la spesa sanitaria complessiva in Italia ha superato i 185 miliardi di euro. Di questi, circa 47,7 miliardi sono di natura privata e 41,3 miliardi sono pagati direttamente dalle famiglie. La quota intermediata da fondi e assicurazioni resta minoritaria (poco più del 3%), ma in aumento, ed è proprio su questo segmento che si concentra l’attenzione.
Il dato più significativo riguarda però l’accesso alle prestazioni. Sempre secondo Gimbe, nel 2024 circa 5,8 milioni di italiani – quasi uno su dieci – hanno rinunciato a visite o esami. Le motivazioni sono note: difficoltà economiche e, soprattutto, tempi di attesa nel servizio pubblico.
È in questo spazio che si inserisce la sanità integrativa. In teoria, i fondi dovrebbero coprire prestazioni non comprese nei livelli essenziali di assistenza, cioè ciò che il servizio pubblico non garantisce. Nella pratica, una quota crescente di coperture rimborsa esami diagnostici, visite specialistiche e prestazioni già incluse nei Lea.
Il risultato non è una sanità diversa, ma una sanità parallela sulle stesse prestazioni. Chi dispone di un fondo accede agli stessi servizi in tempi più rapidi, spesso nel privato convenzionato; chi non ce l’ha resta dentro le liste d’attesa o rinuncia. È questo il meccanismo che, nei rapporti Gimbe, viene definito come una forma di “privatizzazione progressiva”, non per sostituzione esplicita del pubblico, ma per spostamento graduale della domanda.
Il quadro nazionale trova una conferma particolarmente evidente in Umbria. Qui la rinuncia alle cure è stabilmente sopra la media italiana. Nel 2024 ha raggiunto il 12,2% della popolazione, pari a oltre 104 mila persone, contro il 9,9% nazionale. Nel 2023 era già al 9,2%, comunque superiore al 7,6% italiano. In due anni si registra quindi un incremento netto, che segnala una difficoltà crescente di accesso.
Il dato assume un peso maggiore se letto insieme ad altri indicatori. L’Umbria non è una regione sottofinanziata: nel 2024 il finanziamento sanitario pro capite ha raggiunto 2.232 euro, sopra la media nazionale di 2.181. Anche la dotazione di personale sanitario è superiore alla media italiana, con 2,3 medici e quasi 6 infermieri ogni 1.000 abitanti.
E i livelli essenziali di assistenza risultano formalmente rispettati, con un punteggio di 257 nel 2023.
Nonostante questo, aumenta la quota di cittadini che rinunciano a curarsi. È qui che emerge il nodo organizzativo: la capacità del sistema di trasformare risorse e dotazioni in servizi accessibili.
Un altro indicatore utile è la spesa diretta delle famiglie. In Umbria si attesta intorno ai 645 euro pro capite, inferiore alla media nazionale ma comunque significativa, soprattutto se rapportata ai livelli di reddito. Il dato conferma che la spesa privata non è solo una scelta, ma spesso una necessità per aggirare tempi e difficoltà di accesso.
A questo si aggiunge il ritardo nella riorganizzazione territoriale. Secondo le rilevazioni sul Pnrr, nel 2025 solo una parte delle case della comunità previste risulta pienamente operativa, mentre gli ospedali di comunità e i servizi territoriali procedono con tempi non omogenei. Un elemento che incide direttamente sulla pressione ospedaliera e sulle liste d’attesa.
In questo contesto, l’espansione dei fondi sanitari assume un ruolo ambivalente. Da un lato rappresenta una risposta individuale alla difficoltà di accesso; dall’altro, se concentrata su prestazioni già garantite dal pubblico, rischia di rafforzare le disuguaglianze.
Tenuto conto della programmazione della spesa pubblica centrale in materia sanitaria da qui al 2029 senza aumentare significativamente la percentuale in rapporto al pil, le fragilità della sanità pubblica sono destinate a consolidarsi. E questo potrebbe tradurzi in un avanzamento progressivo della proposta sostitutiva, anche attraverso fondi, sostenuti da sgravi.
Il punto sollevato da Gimbe non è l’esistenza dei fondi, ma la loro funzione. Se le risorse private si concentrano su prestazioni già incluse nei Lea, si crea un sistema a doppio binario: stesso diritto formale, tempi diversi di accesso. Se invece vengono indirizzate su prestazioni realmente aggiuntive, possono alleggerire il sistema pubblico.
È su questo equilibrio che si gioca la partita. Anche perché i fondi godono di incentivi fiscali: una parte delle risorse che li alimenta è indirettamente sostenuta dal bilancio pubblico.
