di Barbara Maccari
Si è tenuta mercoledì presso il cortile di Santa Cecilia la serata finale di «Dream in progress – Idee per cambiare», la tre giorni di iniziative promossa dal circolo Arci Out insieme alla sezione di Città di Castello dell’Anpi e al Presidio dell’Alto Tevere di Libera. «No Home, No Job, No Peace, No Rest»: questo il titolo dell’incontro a cui hanno partecipato Michele Azzu, uno degli ideatori del sito «L’isola dei cassintegrati», Rosa Giancola, leader delle operaie della Tacconi Sud, Marta Melelli, Nidil Cgil del comitato precari Cepu, Christian Biagini esperto delle politiche per il lavoro e il vice sindaco Michele Bettarelli. La serata è stata coordinata da Viviana Morreale dalla redazione di Servizio Pubblico.
L’Isola dei cassintegrati Il primo a prendere la parola è stato Michele Azzu, uno degli ideatori del sito che è un esperimento comunicativo di grande successo e che ha, probabilmente, cambiato la storia della lotta operaia in Italia portando alla ribalta le battaglie degli operai sardi della Vinyls di Porto Torres. «L’isola dei cassintegrati» è diventato oggi un grande contenitore in rete di storie drammatiche provenienti da tutto il territorio italiano. E’ la voce e la faccia dei tanti lavoratori che lottano per non perdere il proprio lavoro. «Il 24 febbraio 2010 un gruppo di cassintegrati Vinyls di Porto Torres, dopo aver protestato per giorni contro la chiusura della fabbrica, decise di occupare il carcere abbandonato dell’isola Asinara per creare un reality di protesta. Non c’era nessuno, però, a riprendere quel reality – spiega Azzu – così decidemmo di aprire il gruppo Facebook “L’isola dei cassintegrati” per dare voce agli operai, ispirati dalle vicende dei naufraghi dell’altra isola, quella dei famosi. Lo scopo era quello di dare forma a quel reality atipico e di far arrivare la notizia alla ribalta dei media nazionali. In breve tempo gli iscritti al gruppo aumentarono in modo esponenziale e tutti i media nazionali si accorsero del fenomeno. Da lì è nata poi l’idea del blog e successivamente del sito allargato ad altri casi di aziende in crisi di tutta Italia. Purtroppo la vicenda della Vinyls non è andata a buon fine ma almeno siamo riusciti a creare qualcosa per dar voce alle proteste dei lavoratori in difficoltà di tutta Italia».
I 545 di Rosa Una vicenda drammatica che si appresta a concludersi in modo positivo l’ha raccontata Rosa, leader delle 29 operaie della Tacconi Sud di Latina che dopo 545 giorni di occupazione hanno finalmente trovato un nuovo un imprenditore disposto ad affittare l’azienda per tre anni, la Comp Tech Europe, che lavora nel ramo ferroviario, nautico ed aereo. La firma è arrivata nella mattinata di mercoledì. La fabbrica continuerà così a vivere e le operaie torneranno al lavoro a settembre, ma la battaglia è stata tutt’altro che facile, con momenti drammatici, discussioni, paure ed ansie di donne, mamme, che hanno trasferito la loro vita in fabbrica per 18 mesi. «Non è stato facile ma alla fine la nostra tenacia ci ha ripagato, abbiamo preso in mano il nostro destino ed abbiamo lottato per il nostro futuro. La nostra storia è iniziata 545 giorni fa, quando ci sono arrivate le lettere di licenziamento dopo la comunicazione di cessata attività da parte del gruppo, una chiusura motivata da crisi di liquidità, ma noi sapevamo che non era così, c’erano ancora commesse in corso. La Tacconi Sud produce divise per la polizia e altri corpi dello Stato, giubbotti antiproiettile e tende gonfiabili da usare nelle emergenze nazionali della Protezione Civile. Preso atto della situazione abbiamo scelto di rimanere in assemblea permanente per evitare il totale smantellamento del sito, per cercare di salvare i macchinari, il patrimonio dell’azienda insomma, dalla chiusura definitiva».
Girato anche un documentario «Non è stato facile per 29 donne – prosegue – presidiare la fabbrica giorno e notte, donne con figli, mariti, case da mandare avanti, non sono state tutte rose e fiori, all’inizio ci sono stati mille litigi e mille paure ma siamo andate avanti. Ogni giorno stilavo una sorta di diario di bordo che riportavo sulla pagina Facebook. Negli ultimi mesi siamo rimaste davvero in poche in fabbrica con mille problemi, senza luce né acqua a causa di un furto di cavi elettrici e più volte hanno cercato di forzare il nostro presidio ma senza successo. Stamani le nostre proteste, i nostri sacrifici hanno visto la luce con la firma del nuovo affitto per tre anni da parte di un nuovo imprenditore. Di questa drammatica vicenda è stato girato anche un documentario che verrà presentato al Festival di Berlino».
I precari Cepu Social network e nuovi media sono stati fondamentali strumenti di diffusione di queste proteste ed hanno cambiato la forma della lotta operaia. Queste storie sono arrivate in maniera diretta a tutti senza filtri, senza manipolazioni. La storia di Rosa è come la storia di Marta Melelli di Città di Castello. Sì perché anche in Umbria tra i tanti casi drammatici c’è anche quello dei precari della Cepu: anche qui quasi esclusivamente lavoratrici donne. Si tratta una dozzina di ragazze che lavorano nel telemarketing del Cesd. Giovani lavoratrici che dopo uno, tre, quattro o cinque anni di contratti a progetto continuativi, rinnovati ogni tre mesi, si sono viste messe alla porta senza nessun motivo oggettivo. I compensi che venivano portati a casa erano davvero bassi, in alcuni casi si parla di buste paga da 50, 65, 133 euro. La situazione non sembra migliorare come spiega Marta: «Non abbiamo ancora avuto alcuna risposta dal patron Polidori, non accetta incontri con noi né col sindacato, anzi recentemente abbiamo scoperto che non abbiamo diritto alla disoccupazione perché non sono stati pagati i nostri contributi di circa 5 anni. La situazione è drammatica e al momento non vedo spiragli di luce».


