Palazzo Donini, sede della giunta regionale

di Daniele Bovi

Dal piano di rientro fino allo spettro del commissariamento passando per una manovra fiscale. Sono fondamentalmente queste le opzioni sul tavolo che la giunta regionale ha analizzato mercoledì nel corso di una seduta dominata, come logico, dal tema dei conti della sanità. La società di revisione Kpmg ha certificato che il rosso ammonta a 243 milioni di euro, che si riducono a 90 se si tiene conto dell’operatività “pura” delle singole aziende, escludendo quindi voci come ad esempio i trasferimenti interni.

La nota Al termine della seduta Palazzo Donini ha diffuso una stringata nota in cui spiega che l’esecutivo «ha preso atto della situazione finanziaria e del bilancio dell’Ente», e che sono stati esaminati «vari scenari». Da evitare è certamente quello del commissariamento, che rappresenterebbe una prima volta nella storia della Regione; questo perché le conseguenze di un commissariamento sarebbero «l’innalzamento automatico delle aliquote al massimo per tutte le fasce di reddito, il superticket sanitario, il taglio dei servizi, il blocco del turn over del personale sanitario». La giunta parla di una «situazione non sostenibile dal punto di vista economico», di fronte alla quale servono «scelte coraggiose e soprattutto eque per la nostra comunità. Portare la Regione verso il commissariamento è da irresponsabili perché il prezzo da pagare sarebbe indiscriminato per la nostra comunità e porterebbe a una pressione fiscale altissima e una riduzione consistente dei servizi».

I NUMERI DELLA SANITÀ UMBRA: ROSSO DA 243 MILIONI

Le opzioni E allora come uscirne? La certezza è rappresentata dalle tempistiche, imposte dalla legge del 2004 in materia: se entro la fine dell’esercizio finanziario la Regione non adotta i necessari correttivi (sempre ovviamente nel rispetto dei Lea), il governo invia una diffida ad adempiere entro il 30 aprile e, in assenza di risposte, nel giro di un mese arriverà il commissario. A inizio aprile ci sarà un primo confronto fra i vertici della Regione e il Ministero dell’Economia, in cui potrebbe essere portata sul tavolo l’ipotesi di un piano di rientro, anch’esso non privo di conseguenze. In caso di mancato rispetto del piano potrebbe scattare una diffida da parte del governo e poi la nomina di un commissario ad acta, che sarebbe la presidente della Regione. Con il piano Palazzo Donini manterrebbe una gestione autonoma della sanità, seppur nel quadro di misure concordate per sistemare i conti e garantire i servizi, mentre con il commissario no; uno scenario – quello lacrime e sangue – da evitare.

I tagli Ad aggravare decisamente il quadro ci sono i tagli decisi dal governo Meloni con l’ultima manovra, che ha introdotto un «contributo alla finanza pubblica» per Regioni, Province e Comuni: tra 2025 e 2027 solo per Palazzo Donini si parla di 28,5 milioni di euro, più altri 42,2 fra 2028 e 2029.

La manovra Leggendo in filigrana il comunicato di Palazzo Donini, che punta a evitare innalzamenti indiscriminati delle tasse e parla di «scelte eque», il punto di caduta potrebbe essere quello di una manovra fiscale per far sì che il peso degli aumenti sia distribuito in modo più progressivo. Una scelta adottata in questi giorni anche da altre Regioni, come ad esempio l’Emilia Romagna e l’Abruzzo; una guidata dal centrosinistra e una dal centrodestra, ma entrambe alle prese con i problemi legati ai conti della sanità.

Emilia e Abruzzo Nei giorni scorsi la Regione guidata dalla dem Michela De Pascale ha varato una manovra (definita «una tassa di scopo» e negoziata con le parti sociali) per far fronte al disavanzo della sanità, intervenendo con un aumento dell’addizionale Irpef (ma solo per il terzo e quarto scaglione di reddito), con un ritocco dell’Irap (+0,3 per cento), con un +10 per cento per quanto riguarda il bollo auto e con tariffe maggiorate relativamente ad alcune prestazioni sanitarie pagate con il ticket. Nel complesso il disavanzo per l’Emilia – che ha quattro volte e mezzo gli abitanti dell’Umbria – dovrebbe attestarsi intorno ai 200 milioni. Per l’Abruzzo (guidata da Michele Marsilio, FdI) si parla invece di circa 120 milioni, generati soprattuto dai maggiori costi per i farmaci e dalla mobilità passiva. E così anche in Abruzzo nonostante molte tensioni nella maggioranza (che qui invece punterebbe il dito contro la vecchia giunta) si procederà con un aumento delle tasse.

Le reazioni Intanto va avanti lo scontro politico. Il Pd difende l’«operazione verità», sottolineando come l’analisi di un advisor esterno abbia smontato la narrazione di infallibilità della precedente giunta di centrodestra. Secondo il Pd, la destra non può negare il disavanzo e le difficoltà già ammesse dall’ex assessore Coletto nel 2022. Dall’altra parte della barricata l’opposizione di centrodestra accusa la maggioranza di mistificare i conti e giustificare così tagli ai servizi e aumenti fiscali. I consiglieri regionali sottolineano che il deficit reale è di 90 milioni di euro, non 243, considerando le partite attive. Ribadiscono che la crisi della sanità umbra affonda le radici nel passato governo Pd e accusano l’attuale giunta di affidarsi a consulenze private anziché agli enti pubblici preposti.

I commenti Il M5s e Alleanza Verdi e Sinistra puntano il dito contro la gestione della destra dal 2019 al 2024, denunciando il peggioramento della mobilità passiva e il rischio di commissariamento. Oltre a ciò si registra la perdita di attrattività del sistema sanitario umbro, che ha comportato un esodo dei pazienti verso altre regioni. Anima Perugia e Orchestra per la Vittoria evidenziano invece il collasso del sistema sanitario regionale, attribuendo le responsabilità alla giunta Tesei e ai tagli del governo Meloni. La capogruppo Tagliaferri (Umbria Domani-Proietti Presidente) insiste infine sulla necessità di un Piano sanitario regionale per evitare il commissariamento e garantire un sistema efficiente.

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