Nella seduta di giovedì il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli, ha impugnato di fronte alla Corte costituzionale la legge regionale dell’Umbria dell’ottobre scorso sulle cosiddette aree idonee ad accogliere impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Nel mirino del governo in particolare, «talune disposizioni» che, «ponendosi in contrasto con la normativa statale in materia di produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia – recita il comunicato del Consiglio dei ministri – violano l’articolo 117, terzo comma, della Costituzione», cioè quello sulla legislazione concorrente.
Rammarico L’impugnazione viene accolta «con rammarico» dall’assessore Thomas De Luca che sostiene come ciò accada «inaspettatamente, a conclusione di un lungo processo di confronto – scrive – nel corso del quale la presidente aveva accolto tutte le osservazioni dei Ministeri, a eccezione della richiesta avanzata dal Mase di sopprimere l’articolo 4 che prevedeva l’individuazione di aree non idonee alla realizzazione di impianti da Fonti di energia rinnovabile». Se da parte degli altri Ministeri coinvolti era arrivata luce verde, da parte di quello guidato da Gilberto Pichetto Fratin è stato deciso lo stop «sulla base di una specifica interpretazione del nuovo decreto Transizione 5.0».
AREE IDONEE, COSA PREVEDE LA LEGGE UMBRA
Aree non idonee «La determinazione del Governo, presieduto dall’onorevole Giorgia Meloni, di impugnare la nostra legge per il solo fatto di aver previsto, in conformità con il quadro normativo nazionale, l’individuazione di aree non idonee all’installazione di impianti alimentati da fonti di energia rinnovabile – sostiene De Luca – costituisce una diretta aggressione al territorio umbro. Tale articolo è scaturito da circa cento consultazioni territoriali, sollecitate dai sindaci di ogni schieramento politico, inclusi esponenti dei partiti di governo, alcuni dei quali ricoprono altresì la carica di parlamentari nelle fila della maggioranza che lo sostiene». De Luca ricorda che anche le aziende sono contrarie all’eliminazione completa delle aree non idonee «con l’obiettivo di tutelare il territorio dalla proliferazione incontrollata di impianti industriali sulle aree ad alta vocazione ambientale, paesaggistica, culturale e turistica dell’Umbria».
Equilibrio Con il nuovo decreto poi l’Umbria non può neppure individuare quelle aree adatte a ospitare comunità energetiche. De Luca spiega infatti che «le modifiche al Testo unico delle Fonti rinnovabili «riducono tra il 3 e lo 0 per cento del territorio regionale la possibilità di individuare aree idonee per la Regione». Per l’assessore la normativa umbra era equilibrata e aveva l’obiettivo di indirizzare i grandi impianti verso le zone ritenute più adatte, senza «pale eoliche da 250 metri» per esempio «nel diretto cono visuale del Duomo di Orvieto o all’interno del Parco nazionale dei Monti Sibillini», oppure che grandi impianti fotovoltaici possano essere installati «sulle colline del Sagrantino di Montefalco o sulla fascia olivata Assisi-Spoleto». De Luca assicura che Palazzo Donini non farà «alcun passo indietro» e si dice sicuro che la Corte costituzionale riconoscerà le ragioni dell’Umbria.
