«Rigeneriamoci: il Pd, i giovani, l’Umbria». Questo il titolo dell’iniziativa al teatro Concordia di Marsciano e che Umbria24 ha seguito in diretta streaming. Un’iniziativa «aperta ai contributi di tutti, giovani e meno giovani».
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Rigeneriamoci L’iniziativa, organizzata dal Pd Umbria e dai Giovani Democratici, ha registrato il tutto esaurito. Al centro del dibattito, che ha raccolto oltre 300 adesioni e più di 50 interventi, mezzi e strumenti per “rigenerare” il Pd, per un Pd al passo con i tempi, che cambia con il mutare dell’organizzazione sociale e degli stili di vita e muta verso nuove forme di mediazione e di rappresentanza politica. Perché i giovani trovano tanti modi per fare politica, ma in gran parte rifiutano la partecipazione ad un’attività di partito. E poi come “rigenerare” l’Umbria. Quali trasformazioni, cioè, sono necessarie per aprire alla regione nuove prospettive economico-sociali, quali politiche sono utili a ridare colore a giovani generazioni ingrigite da speranze tradite e opportunità strozzate dall’attuale spaventosa crisi. Ospiti d’onore, al Concordia, Michele Prospero (professore di Filosofia del diritto a La Sapienza di Roma ed editorialista de L’Unità), Marco Esposito (giornalista de l’Espresso), Elisabetta Tondini (Agenzia Umbria Ricerche).
Rinnovamento L’iniziativa, voluta per testimoniare un partito che sa riconoscere i suoi limiti ma soprattutto riflettere su come migliorarsi per migliorare il Paese – e per migliorare l’Umbria – ha rappresentato un’importante occasione per riempire di contenuto il rinnovamento e il cambiamento che si chiedono alla politica. Perchè rinnovamento e cambiamento non sono solo fattori generazionali, ma sono una questione di metodi, strumenti, linguaggi, contenuti e percorsi che richiedono responsabilità, coraggio e generosità, ma soprattutto la consapevolezza di appartenere a una comunità cui sta a cuore il bene comune e che è al lavoro per indicare una strada. E’ unanime la richiesta di guardare a un partito solido e strutturato, che sia all’altezza dei tempi, in grado di rintracciare e capire le istanze del Paese e decidere per rispondervi. E che sappia indicare la strada, tracciare l’orizzonte di un nuovo modello di sviluppo in Italia come in Umbria. Solo così si darà una spallata al diffuso antiparlamentarismo, al populismo dilagante, per restituire ai partiti, al Partito Democratico, il ruolo costituzionale che gli compete.
Relazione introduttiva Questa la relazione introduttiva di Giacomo Leonelli:
Carissime e Carissimi,
(così almeno evitiamo che qualcuno si offenda senza fare al tempo stesso eccessivi formalismi), a me innanzitutto spetta cercare di chiarire i motivi per cui in questo bel sabato di primavera siete qui riuniti in questo bellissimo teatro.
Ebbene sì, perché diciamo la verità, ci conosciamo da un po’, ma chissà come, tra tanti di noi negli ultimi anni sono prevalsi i motivi di differenziazione; una volta avremmo discusso nelle sezioni di partito, negli ultimi anni è accaduto che lo facessimo sui social network. Una discussione spesso e volentieri che mossa da sane e legittime sensibilità diverse, a volte è stata fatta trascendere, più che da qualcuno in particolare da un clima complessivo, in una corrida infinita.
Ora il tema non è che le nostre diverse rispettive sensibilità siano sfumate. Il sottoscritto è ben consapevole che le proprie idee su mercato del lavoro, piuttosto che finanziamento pubblico ai partiti, ad esempio, risultano differenti da quelle dei miei amici Alteri, Chiodini, Giacopetti. E per evitare subito malintesi, non staremo qui ad elaborare una piattaforma del “ma anche” su queste questioni. Vi dirò, che personalmente ritengo che tali differenziazioni contenutistiche e politiche in un partito come il Partito Democratico, figlie di culture più marcatamente liberali, piuttosto che socialdemocratiche, siano una ricchezza da non disperdere, ma anzi da rispettare, nella consapevolezza che più capacità di cittadinanza interna esse abbiano, più il Partito nel suo complesso possa trarne giovamento. Diversamente, più si manifesta invece una cultura predominante ed in qualche modo asfissiante, e più l’arretramento della cittadinanza delle minoranze desertificherà dapprima il dibattito interno, e poi la capacità espansiva del Partito stesso.
Casomai dovremmo interrogarci su cosa significhino in un partito politico espressioni come “rispetto delle altrui diversità”, ma per farlo dovremmo necessariamente chiederci, magari sotto forma di domanda retorica, se la radicalizzazione delle differenze, per l’appunto, sia stata per esempio in Umbria, negli ultimi anni funzionale a qualcuno ai fini del mantenimento di certe posizioni consolidate.
E dunque se non siamo qui nella logica di “annacquare” le nostre rispettive diversità, cosa stiamo qui a fare, potrebbe opinarsi? Qualcuno parla di corrente dei giovani: espressione che non sottintende un’eccessiva analisi, ma che nei titoli di giornale ha comunque un suo effetto.
Io però anche qui vorrei sgombrare il campo da possibili equivoci; piuttosto che una corrente, eventualmente riterrei che potremmo essere “un’onda anomala”.
Sì, perché per tutto quanto sopra esposto, è abbastanza anomalo che chi si è trovato a fronteggiarsi negli ultimi congressi e primarie (e magari lo farà ancora, magari per un segretario nazionale diverso, piuttosto che per un candidato Premier diverso) si ritrovi nella stessa sala a confrontarsi sul futuro dell’Umbria e del PD nei nostri territori.
E’ anomalo dunque, ma appare quanto mai necessario. Ci siamo interrogati per anni se il modello da seguire fosse contraddistinto da un partito “solido” o “liquido” e su quanto dovesse essere esaltato il ruolo dei nostri amministratori locali ai fini del consenso al Partito. Poi il 25 Febbraio, a mezzanotte, ci siamo accorti che qui in Umbria il Partito Democratico prende 25.000 voti in più di un partito come il Movimento 5 Stelle senza…partito, senza sezioni, senza funzionari, senza assessori, senza sindaci e senza risorse; praticamente un partito “gassoso”, senza alcun contributo di consenso da parte degli amministratori.
Per chiarezza, a scanso di eventuali equivoci, nel ribadire come un ripensamento sostanziale della forma-partito vada fatto, voglio riaffermare la centralità delle nostre organizzazioni di base. Un tempo micro-contenitori politici nazionali, hanno nel corso del tempo lasciato spazio alla tv ed oggi alla rete per la conoscenza dell’attualità. E fin qui era prevedibile, che l’iscritto non si recasse più in sezione per conoscere il pensiero del segretario nazionale.
Ma ciò che invece forse non era prevedibile, e che oggi ci consegna circoli ingrigiti, progressivamente desertificati, è che troppo spesso la tessera d’iscrizione è un mero elemento identitario (al prezzo di euro 15). E lo è non tanto perché per la candidatura del Sindaco, piuttosto che dell Premier esistono le primarie che (al netto di distorsioni) sono sempre state un momento positivo in Umbria, basti vedere l’altissima partecipazione alle ultime, quasi il 10% della popolazione; ma rimane per l’appunto un elemento esclusivamente identitario, in quanto il militante ha troppo spesso la sensazione di rimanere del tutto avulso dalle scelte che chi lo amministra andrà a prendere nel territorio.
Ed il senso di frustrazione, già vivo in quanto quel militante in tasca ha poi la stessa tessera del suo Sindaco e della maggioranza dei suoi assessori, non potrà che crescere esponenzialmente quando in quel territorio la scelta amministrativa adottata sarà opposta a quella auspicata nel circolo, e magari, figlia dell’interazione dell’amministrazione con un sedicente comitato piuttosto che con la società sportiva del caso e via discorrendo.
Concludendo, qui non si tratta di scegliere se il partito debba più o meno appoggiarsi sui suoi amministratori: si tratta piuttosto di acquisire il fatto che dove questo è successo si è verificato un progressivo indebolimento del partito stesso, a vantaggio di forze di opposizione (in special modo populiste); l’unico freno a tale degenerazione è stato posto nei casi in cui l’amministrazione in oggetto fosse esageratamente popolare nelle comunità (cosa peraltro sempre più rara in tempi di patto di stabilità e limiti alla spesa pubblica), peraltro, con il rovescio della medaglia che magari chi è venuto dopo ha pagato dazio anche rispetto alla popolarità di chi c’era prima.
Si tratta dunque di sciogliere definitivamente questa contrapposizione, imboccando con decisione l’unica strada possibile e cioè quella di un rafforzamento dell’agibilità decisionale del partito a livello locale, capace a sua volta di non trascendere nella miopia dell’autoreferenzialità, ed in quella sorta di sindrome di conventicola ad excludendum che non fa che rafforzare automaticamente contenitori esterni, a volte embrioni di altri partiti o movimenti, capaci di intercettare la frustrazione unita alla voglia di partecipazione di chi non è stato fatto sentire “cittadino” nel PD.
L’aver disatteso la voglia di partecipazione quindi, e la voglia di contribuire al cambiamento della nostra realtà; questo si afferma come un ulteriore dazio pesantissimo con cui stiamo facendo i conti. E cioè l’incapacità di valorizzare il pensiero di chi si è avvicinato in questi anni in punta di piedi, senza sbattere i pugni sul tavolo, perché in fondo la politica era e doveva rimanere una passione e non una ragione di vita esclusiva. Con la fisiologica conseguenza che quell’autoreferenzialità, quella sorta di “tirannia” culturale da parte di chi aveva tessere più datate in tasca, diciamocelo almeno tra noi, ha fatto si che negli ultimi anni, anche in Umbria ad aumentare fosse solo la collezione di tessere da parte di questi; senza che invece molti neo-iscritti proseguissero la loro collezione. Di certo, congressi che hanno assunto la fisionomia delle contrapposizioni, non hanno aiutato al “fare comunità” all’interno del PD; per questo un’esigenza necessaria e irrinunciabile appare proprio quella di lasciarsi alle spalle almeno a livello locale le faide di questi anni.
Faide che per l’appunto hanno spesso impedito una valutazione seria ed asettica sulle criticità che hanno colpito la nostra regione in questi anni. Alcune di natura cronica, come ad esempio l’isolamento, altre che si sono manifestate negli anni, come ad esempio quelle sul record d’incapacità di assorbire i migliori e più specializzati talenti usciti dai nostri Atenei.
E con il tempo, evitando discussioni ed esibendoci nell’esercizio della dietrologia quando qualcuno provava a manifestare il proprio pensiero come se avesse aprioristicamente una seconda e bieca finalità, ci siamo accorti che le criticità tradizionali restavano sullo sfondo e a queste, con l’avvento della crisi economica se ne aggiungevano altre: per esempio, recentemente quella riportata da il sole 24h, secondo la quale l’Umbria, alla luce di diversi indicatori economici, sarebbe la regione italiana che ha sofferto e che soffre più la crisi; o come quella, riportata da un quotidiano locale che sostiene come l’Umbria sarebbe una delle regioni dove si siano verificati più fallimenti di società.
Tutti ormai sembrano accorgersi dell’evidenza: e cioè che il modello economico e sociale che ha retto l’Umbria dopo il primo dopoguerra, sicuramente dalla nascita delle Regioni in poi, fondato su una decisa invasività del pubblico sia sotto forma di datore di lavoro, sia sottoforma di soggetto erogatore di servizi alla persona prossimi e gratuiti (a prescindere dalle condizioni economiche dei destinatari) sia giunto al capolinea. E’ pleonastico ribadire come i criteri che regolano ad oggi la spesa pubblica non consentano oltre.
A questo punto sta a noi scegliere; davanti ci sono due strade: o imbocchiamo quella della riduzione parcellizata; e dunque si potrà fare solo quello che sul territorio si è in grado di fare, operando tagli lineari, con il rischio di non effettuare gli interventi davvero necessari da un lato e di scontentare un po’ tutti dall’altro. Oppure, invece, la strada è quella che ancora troppo raramente riusciamo ad imboccare.
E cioè quella di assumerci le responsabilità di decidere le priorità attraverso criteri di merito e linearità; ed aggiungo che quando lo facciamo, non sempre emerge un percorso partecipato e condiviso con una collettività che solo a quel punto, potrebbe seppur amaramente, stante il fatto che percepisce una difficoltà crescente a veder esaudite le proprie pretese, comprendere le ragioni della scelta. Diciamo dunque che un partito di governo quale il PD oggi in Umbria non può disattendere il momento della scelta che guarda non all’oggi ma al dopodomani. Il rinvio non paga; la paura di scontentare una comunità, piuttosto che un “campanile”, è quanto di più pericoloso per un Partito che in Umbria si appresta ad aprire una fase nuova e su pilastri nuovi. Non c’è peggior messaggio dell’incapacità di decidere, ancor peggio quando questa non è tanto figlia di una disarticolazione degli effetti della partecipazione, quanto di un difforme posizionamento di gruppi dirigenti.
E’ un po’ come con le riforme. Quante discussioni abbiamo speso nelle sedi di partito. Ed allora vi pongo due domande: la prima è se al termine di quelle discussioni vi siete fatti un’idea chiara di quale fosse il percorso intrapreso; la seconda invece è quante volte quando l’esito fosse stato chiaro, avete visto realizzato ciò che era emerso.
Ora, intendete bene, qui nessuno ha intenzione di giocare a fare il “Masaniello”. Ma su certe questioni bisogna farsi capire; non basta agitare slogan. Perché una classe politica che tergiversa, che cincischia, è realisticamente l’anticamera per un’ondata di populismo con tutti i rischi che anche nei nostri territori conosciamo benissimo. Ed allora, se conveniamo che il modello di sviluppo sopra ricordato sia superato su cosa costriuamo l’Umbria dei prossimi decenni? Perché credetemi, questo interessa alle nostre comunità. Sarò brutale, ma leviamoci dalla testa di poter affrontare le prossime tornate elettorali ponendoci come abbiamo fatto da 50anni a questa parte come gli “alfieri del buongoverno”. Dovremmo passare l’intera campagna elettorale a spiegare perché non abbiamo fatto quello che ci chiedevano ad una comunità alla quale per opporsi al leitmotiv “non ci sono i soldi” basterà enunciare un solo caso di intervento o di opera pubblica magari non utile come la si presumeva, o magari figlia di logiche che non siano fermamente e così evidentemente ancorate alle necessarie priorità, per smentire il nostro “impianto difensivo”.
Dovremo parlare di futuro ad una comunità spesso stanca, a volte drammaticamente senza speranza. Una comunità oggi per questo severa con gli errori di chi la governa. A volte anche con certi comportamenti, che danno il segnale della distanza rispetto alle difficoltà della quotidianità.
Dunque ci attenderà un compito arduo: tentare di far immaginare un domani migliore dell’oggi. Ma per farlo non basteranno appunto solo slogan o parole d’ordine: sento spesso dire “tursimo e cultura come nuovi volani di sviluppo”; concordo, almeno in parte. Almeno per le città e per i territori che possono avere una vocazione del genere, nella consapevolezza che vi sono almeno tre delle principali realtà umbre che ne sono, se non in maniera residuale, sprovviste. Anche volendo però immaginare uno scenario per il quale il traino complessivo sia sufficiente a tutta la regione, bisognerebbe intendersi sul come si realizza un modello del genere. Sul turismo: come uscire dalla realtà esclusivamente locale interagendo in modo strutturato con le regioni vicine (tra le più visitate al mondo); quali rinunce fare se optassimo per un ulteriore ma necessario potenziamento dell’aeroporto di Perugia (tenuto conto dei buoni risultati ottenuti negli ultimi anni, soprattutto alla luce della stasi se non regressione delle altre infrastrutture, come le ferrovie).
Per venire alle politiche culturali, ad esempio è una modalità obsoleta, per quanto ancora diffusa, quella di parcellizzare la contribuzione alle tante realtà del territorio che ne facciano richiesta, anziché, magari, premiare meritocraticamente e concentrando le intere risorse su quelle due o tre fattispecie che presentino davvero caratteristiche tali da far presumere una crescita quale motore dello sviluppo.
Dovremmo poi finalmente capire che in relazione al consenso, i principi pagano più che la spesa pubblica; basta vedere come e quanto siano apprezzate pratiche magari a costo zero ma che danno il senso di una comunità partecipe alla salvaguardia e alla valorizzazione dei beni comuni (penso per esempio allo stop del consumo del territorio).
Conclusivamente, io credo che a questa generazione spetti il dovere di caricarsi sulle spalle almeno una parte del destino delle nostre comunità e di futuro. Non lo faremmo per ambizione personale, come forse qualcuno avrà mormorato in questi giorni, ma per responsabilità e perché forse, abbiamo quella strana sensazione che ci fa credere che la partita della speranza possiamo giocarla. L’ho detto all’inizio. Siamo diversi tra noi. Siamo figli di sensibilità diverse, di esperienze diverse di percorsi diversi. Siamo una realtà anomala, per l’appunto. Vedremo se riusciremo a diventare un’onda.
