«Fare della Regione un “committente modello” di legalità e dignità del lavoro nei contratti di sua competenza». Questo l’obiettivo principale della proposta di legge regionale sugli appalti, firmata da Fabrizio Ricci (Avs) e Letizia Michelini (Pd) che ha iniziato martedì il suo iter in consiglio regionale. Il testo, che non interviene sul salario minimo visto quanto stabilito dalla Corte costituzionale a proposito della legge toscana, è stato illustrato in Seconda commissione da Ricci e, nelle prossime settimane, ci saranno le audizioni di Cgil, Cisl e Uil, delle rappresentanze delle parti datoriali e dell’Anci.
Quattro assi La proposta va a modificare la legge regionale 3/2010 in materia di contratti pubblici di lavori, servizi e forniture e di regolarità contributiva, adeguandola al Codice dei contratti pubblici del 2023 con l’obiettivo di rafforzare, nell’ambito delle competenze regionali, le tutele per lavoratori e lavoratrici negli appalti pubblici, intervenendo non solo sulla sicurezza nei cantieri, ma anche sulle modalità con cui gli appalti vengono progettati, affidati e organizzati. Il testo si sviluppa lungo quattro assi: il potenziamento dell’Osservatorio regionale dei contratti pubblici; l’adozione di linee guida da parte della giunta; la costruzione di un sistema stabile di confronto con sindacati e associazioni datoriali; l’introduzione di un incontro preliminare obbligatorio sulla sicurezza per gli appalti di maggiore entità.
L’Osservatorio Il primo intervento riguarda l’Osservatorio regionale, al quale verrebbe attribuito un ruolo più ampio nel controllo degli appalti. L’organismo dovrà monitorare i contratti collettivi nazionali di lavoro applicati non solo nei lavori pubblici, ma anche negli appalti di servizi e forniture, oltre a verificare il recepimento delle linee guida regionali. I dati raccolti dovranno essere pubblicati e sottoposti al controllo dell’Assemblea legislativa, con l’obiettivo di rendere più trasparente il quadro degli appalti e di conoscere quale tipo di lavoro viene generato dalla spesa pubblica regionale.
Linee guida Il secondo asse riguarda le linee guida che Palazzo Donini dovrà adottare entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge. Dovranno indicare, in relazione all’oggetto dell’appalto, quale contratto collettivo sia quello più coerente con l’attività affidata, sulla base di quanto previsto dall’articolo 11 del Codice dei contratti pubblici. Le linee guida, pur non avendo la forza vincolante di una legge, dovranno orientare l’azione delle stazioni appaltanti regionali e saranno aggiornate almeno ogni due anni.
Dumping contrattuale Il meccanismo punta anche a contrastare il cosiddetto dumping contrattuale, cioè la scelta di contratti collettivi meno onerosi per ridurre il costo del lavoro. Le linee guida potranno fornire indicazioni anche sui livelli retributivi minimi, senza introdurre direttamente una disciplina regionale sul salario minimo. Lo strumento, ha detto Ricci, consentirebbe di intervenire sul tema delle retribuzioni «nei limiti delle proprie competenze» regionali.
Il confronto Il terzo asse prevede un confronto strutturato con le parti sociali. Entro 90 giorni la Regione dovrebbe stipulare protocolli d’intesa con le organizzazioni sindacali e le associazioni datoriali maggiormente rappresentative, gli enti bilaterali e l’Anci. I protocolli, con durata triennale e verifica annuale, dovrebbero servire a definire bandi tipo e modelli di clausole sociali, con particolare attenzione alla continuità occupazionale, alle pari opportunità e al possibile riassorbimento del personale già impiegato negli appalti.
I target Tra gli altri obiettivi indicati ci sono la promozione dell’offerta economicamente più vantaggiosa, in alternativa al ricorso al massimo ribasso; la previsione del pagamento diretto sostitutivo ai lavoratori in caso di ritardi nelle retribuzioni da parte dell’appaltatore; il rafforzamento dei controlli sul massimo ribasso e sul subappalto a cascata. I protocolli dovranno inoltre favorire iniziative comuni su salute e sicurezza, formazione, contrasto al lavoro irregolare e prevenzione delle infiltrazioni criminali. «L’obiettivo – ha sottolineato Ricci – è costituire uno strumento strutturale di pianificazione e confronto con sindacati e corpi intermedi».
Confronto preventivo Il quarto asse introduce invece un momento di confronto preventivo sulla sicurezza per gli appalti di maggiore rilievo. Prima dell’avvio dei lavori, il responsabile unico del progetto potrà convocare un tavolo con Asl, Ispettorato del lavoro, sindacati, imprese e, quando necessario, Comune. L’incontro diventa obbligatorio per i lavori di importo superiore a 2 milioni di euro e per servizi e forniture sopra la soglia comunitaria quando prevedano attività continuative in cantiere o nella sede di esecuzione.
Funzione preventiva Restano fuori dall’obbligo le prestazioni intellettuali, come ingegneria, architettura e consulenza, e le forniture istantanee. Il tavolo ha una funzione preventiva: verificare prima dell’avvio dell’appalto gli aspetti che possono incidere sulla sicurezza, dalla presenza contemporanea di più imprese alla durata delle lavorazioni, dai tempi previsti dal contratto agli oneri per la sicurezza e alla loro adeguatezza rispetto all’importo dell’offerta. La proposta lega quindi la sicurezza non soltanto al rispetto delle prescrizioni nei luoghi di lavoro, ma anche alle scelte compiute nella fase precedente all’esecuzione dell’appalto: modalità di affidamento, tempi, costi del lavoro, organizzazione delle attività e ricorso ai subappalti. La Regione interverrebbe in questo caso nella veste di stazione appaltante e committente, attraverso gli strumenti che rientrano nelle sue competenze.
