di Iv. Por.

Primo, il referendum molto probabilmente si farà, dato che hanno già votato a favore dieci consigli regionali (ne basterebbero cinque). Secondo, in Umbria non c’è il petrolio. Fatte queste due premesse, si può capire meglio il dibattito, tutto politico, che è avvenuto in Umbria sul tema delle trivellazioni. Alla fine, l’Umbria (trascinata dal Pd) ha deciso di non esprimere un parere sulla consultazione popolare, con cui le Regioni mirano a recuperare ruolo e competenze rispetto allo Stato che, attualmente, può disporre di autorizzare sia la prima fase della ricerca (trivellazioni) e poi, eventualmente, della concessione di coltivazione di idrocarburi (petrolio e gas naturali). Una decisione sofferta e anche un po’ pasticciata, rimbalzata dalla commissione al consiglio e ritorno.

Stop in commissione L’atto era arrivato in Consiglio regionale la scorsa settimana, ma qui il capogruppo Pd Leonelli aveva chiesto e ottenuto il ritorno in commissione per un nuovo esame del parere. Solo che tutto era condizionato dalla ghigliottina dei tempi: la commissione era chiamata a dare obbligatoriamente il proprio parere perché il termine ultimo per la richiesta di referendum scade il 30 settembre. Siccome il Consiglio si riunisce martedì 29, il giorno buono era lunedì 28. Ma la seconda commissione, «nonostante prese di posizione chiare da parte di tutti i commissari presenti» – come spiega il presidente Giuseppe Biancarelli – ha sospeso il proprio parere finale, facendo di fatto scadeere i termini. Senza parere della commissione, infatti, servirebbero le firme di 14 consiglieri per chiedere la discussione d’urgenza. Maggioranza dei due terzi che, evidentemente, non c’è.

Rinvio o non rinvio L’atto è rimasto appeso, lunedì, anche per un possibile rinvio in toto del Consiglio regionale. La presidente Catiuscia Marini aveva infatti chiesto, attraverso una lettera, di spostare l’Assemblea di una settimana dati suoi impegni istituzionali a Roma. La maggioranza si è detta disponibile, ma alla fine la presidente Donatella Porzi ha deciso di far svolgere il Consiglio, togliendo dall’ordine del giorno gli atti che richiedevano la presenza di Catiuscia Marini.

Niente trivelle Sta di fatto, comunque, che le trivellazioni erano già sparite dai temi di cui discutere in Aula. Sulla scelta di sospendere il parere in commissione si sono trovati d’accordo i commissari della maggioranza, mentre gli altri delle opposizioni (centrodestra, liste civiche, M5S) avrebbero voluto esprimere già in quella sede il loro parere positivo sullo svolgimento del referendum. Ai lavori ha partecipato anche Andrea Monsignori (responsabile regionale servizio energia e qualità dell’ambiente) ricordando che «la materia relativa agli idrocarburi (petrolio e gas naturali) è competenza dello Stato. Pertanto dal procedimento amministrativo per la prima fase della ricerca e poi della concessione di coltivazione, con il Decreto ‘Sblocca Italia’, sono state escluse le Regioni che in tal senso avranno quindi meno voce in capitolo, limitandole ad un parere consultivo non vincolante. Per quanto attiene alle fonti fossili, in Umbria non ne abbiamo conoscenza. Qualche ricerca, senza esito, fu effettuata a ridosso degli anni ’80. Quindi, si tratta di una materia che non interessa direttamente l’Umbria».

Il dibattito Per Giacomo Leonelli (Pd), che nella riunione della scorsa settimana aveva chiesto di rinviare il voto sulla proposta per maggiori delucidazioni ha definito «positivo ed importante l’approfondimento di questo atto in Commissione anche se il tema – ha ribadito – non ha pertinenza con la nostra regione. Si tratterebbe di una presa di posizione politica in contrasto con un provvedimento governativo. É tuttavia giusto non privare i cittadini italiani interessati di potersi esprimere. Per l’Umbria però si tratterebbe soltanto di una strumentalizzazione prettamente politica verso una scelta del Governo». Valerio Mancini (Lega Nord) ha invitato tutti a «non cedere all’errore di dare un giudizio politico allo spirito del referendum. In generale in Europa si vota, si fanno referendum, a differenza di quanto avviene nel nostro Paese. Se oltre dieci Consigli regionali prendono posizione rispetto ad un provvedimento governativo è chiaro che lo stesso Governo, al di la del referendum, potrebbe prendere in considerazione la possibilità di intervenire sulla legislazione vigente. Alle Regioni va riconosciuta maggiore considerazione su diverse materie da parte del Governo che a sua volta deve sottostare ad altre superiori istituzioni quali quelle Europee». Per Claudio Ricci (portavoce centrodestra e civiche), «questa iniziativa apre una discussione politica anche su altri argomenti. È vero che alcune Regioni non sono interessate direttamente alla materia, ma nell’interesse generale tutte devono entrare, con un ruolo importante, in certi provvedimenti autorizzativi. Noi siamo convintamente favorevoli al referendum. Alle Comunità locali va riconosciuta una loro identità per poter influire concretamente su procedimenti che le interessano direttamente. Non dare la possibilità di intervento su scala regionale toglie anche la possibilità di concertare ed addivenire a quadri di compensazione rispetto a danni ambientali». Silvano Rometti (Socialisti e Riformisti) ha detto che «ci troviamo di fronte a forti interventi di riforma del Titolo V della Costituzione che ci stanno portando ad una impostazione di Stato sempre più centralista. La questione che stiamo trattando è di ruolo e prerogative. I cittadini devono poter dire come la pensano su una materia ambientale di così grande importanza. Alle Regioni va riconosciuto un ruolo decisionale». Per Andrea Liberati (Movimento 5 Stelle), «siamo di fronte ad una lacerazione drammatica al cospetto di una storia che meriterebbe di essere affrontata con più serenità. Quelli dei cittadini devono essere i nostri stessi interessi. Noi dobbiamo pensare non solo a domani, ma a dopodomani, quando potrebbero esserci nuove tecnologie di esplorazione che, non è detto, siano meno invasive. Quello che oggi non ci interessa direttamente potrebbe riguardarci in futuro. Bisogna smetterla di essere asserviti ad alcune multinazionali, spesso più forti dello stesso Governo. Dobbiamo uscire da questo tunnel per salvaguardare i diritti dei cittadini attraverso l’uso del referendum». Secondo Giuseppe Biancarelli (Upu), «sarebbe servito più tempo per meglio affrontare un tema importante come questo. È una questione di punto di equilibrio. Le comunità locali vanno coinvolte in scelte importanti come queste perché riguardano il loro territorio e la loro stessa salute. Ed in questa vicenda manca il punto di equilibrio tra Stato e comunità locali».

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