Il segretario pd Bottini nel corso della sua relazione (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi

Niente sangue, nessuna testa che rotola lungo i corridoi della direzione regionale del Pd che prende tempo e fissa a dopo l’approvazione del Dap e del bilancio un’ampia verifica politico-programmatica dentro la maggioranza. Lunedì, fino alle nove di sera, il partito ha discusso e approvato la relazione del segretario Lamberto Bottini dopo una direzione attraversata da chi, da una parte, circoscrive giuridicamente e politicamente le inchieste esplose in questi mesi e chi, dall’altra, sente più forte come il vento contrario che sale dall’opinione pubblica investe tutto e tutti. Una direzione nel corso della quale c’è stato spazio anche per una discussione sulle alleanze, sull’opportunità o meno di aprire ad altri partiti, sulla dicotomia che ci sarebbe, anche in Umbria, tra le «forze del progresso» e quelle della «conservazione». Nessuno però, almeno facendo esplicitamente i nomi, chiede le teste degli indagati che siedono in giunta e in consiglio regionale. Su questo versante il più chiaro, il più netto, sarà il capogruppo a palazzo Cesaroni Renato Locchi.

Facci sognare «Facci sognare» dice a Bottini qualcuno dalla platea con questo che risponde come «dai sogni ci si può anche risvegliare». E infatti la relazione del segretario regionale è cauta e inizia da lontano: dalla Grecia, dal presunto fallimento del liberismo, dalle pensioni, dagli attacchi «che mettono in luce solo un partito diviso e non quello che chiede la riforma dei partiti, che certifica i suoi bilanci e che rende contendibili le cariche». Poi, le scosse giudiziarie che hanno terremotato la politica regionale. «Le vicende eugubine – attacca Bottini – hanno poco in comune con le altre. I capi di imputazione sono diversi e le vicende sono territorialmente circoscritte». Insomma, come ripetuto in altre occasioni, «la regione nel complesso è politicamente e istituzionalmente sana e un rapporto perverso tra politica e affari non c’è. Ci sono leggerezze e cadute di stile che la magistratura è chiamata a valutare». Quella magistratura dalla quale il partito tutto non ha voglia di farsi dettare i tempi dell’agenda politica. Di certo le carte giudiziarie circolate in questi mesi non assomigliano esattamente ad un ruttino a tavola o ad un inelegante abbinamento tra camicia e cravatta.

La road map L’importante ora, secondo Bottini, «è non cercare scorciatoie, non fornire ulteriori occasioni per lasciar inquadrare la politica come un’oligarchia distante dai cittadini: serve uno scatto in avanti su innovazione e trasparenza. Il nostro atteggiamento è garantista ma non si può rischiare l’implosione delle istituzioni, il nostro governo non può essere condizionato. Non possiamo anteporre noi agli interessi degli umbri». Le conseguenze però non sono una richiesta di dimissioni recapitata agli indagati bensì una road map che poi tutto il partito approverà: «Mercoledì – dice – va rieletto l’ufficio di presidenza, poi vanno approvati Dap e bilancio e dopo occorrerà un rilancio politico-programmatico per salvare il centrosinistra dei prossimi anni. Bisogna ridefinire – conclude Bottini – un quadro avanzato degli assi dello sviluppo e dare un segnale forte per mettere al riparo le istituzioni». In chiusura interviene Catiuscia Marini. La presidente non si nasconde e, dopo aver approvato la relazione, spiega come le inchieste di questi mesi non lascino indenne il partito: «Per la prima volta in tanti anni – dice – carabinieri e magistratura hanno “violato” il palazzo della Regione». Un’immagine simbolica che dà l’idea di come «la nostra credibilità sia messa in discussione». Sulle riforme e sul rilancio la presidente assicura che ci metterà «faccia e coraggio. Riforme – osserva con un po’ di ironia – sulle quali noto passi in avanti da parte di molti e che andranno contro il conservatorismo. E senza gattopardismi».

Locchi e la spada In mezzo c’è spazio per il capogruppo pd Renato Locchi che parla chiaro: «Le note vicende – dice – hanno creato un clima appesantito e mettono tutto in un cono d’ombra. Noi siamo garantisti veri e non pelosi ma quando su un’istituzione ci sono troppi casi dobbiamo trarre delle valutazioni». Valutazioni che non si possono fare solo col codice alla mano: «Rifuggiamo – dice – dalla teoria dei complotti e traiamo valutazioni politiche sugli effetti che queste vicende comportano. Se riteniamo che liberare e alleggerire le istituzioni di questioni che non si risolveranno a breve e che noi non governiamo; se ciò può giovare e togliere la spada di Damocle che c’è su di noi allora “l’alleggerimento” diventa un fatto utile. E il garantismo non c’entra nulla». Messaggio chiaro. Come è altrettanto chiaro quello di Gianpiero Bocci, secondo il quale «non dobbiamo sovrapporre politica e giustizia: mettere sullo stesso piano vicende diverse mi sembra sbagliato sul piano formale». Quello che Bocci difende è il «confine» che il partito si era dato nei mesi scorsi, ossia quello del rinvio a giudizio: «Avevamo fatto una scelta – dice – e rimetterla ogni volta in discussione è un danno sul piano politico. Evitiamo lo stillicidio che delegittima persone e istituzioni».

Il risiko consiliare Mercoledì il centrosinistra affronta la prima prova, quella della rielezione dell’ufficio di presidenza del consiglio, in una partita che pare aperta. Tanti i nomi finiti nel frullatore, con la certezza che Brega rimane in sella. Quattro i consiglieri da eleggere, due di maggioranza e due di opposizione. Nel centrodestra si consuma la frattura congressuale e le indiscrezioni che filtrano da Palazzo parlano di De Sio e Lignani Marchesani non troppo sicuri della rielezione. Questo perché il congresso è ancora roba che scotta e allora Massimo Mantovani e Fiammetta Modena, contrapposti alla parte che ha stravinto l’assise proviniale del Pdl, potrebbero anche fare lo scherzetto insieme al leghista Cirignoni e all’Udc di Monacelli. Sul fronte sinistro si parla di Carpinelli come di Stufara oppure di Brutti, anche se il dipietrista dovrebbe lasciare la presidenza della commissione regionale sulle infiltrazioni mafiose. Brega, invece, si attiva sul fronte pdl per chiedere l’aria che tira in caso di una messa al voto della sua presidenza. Ipotesi al momento da scartare. Comunque vada, un risiko che si chiuderà mercoledì e che non interessa a nessuno una volta abbandonato il confine di Corso Vannucci.