Sandro Gozi

di Diletta Paoletti

«Affinché la pace abbia realmente possibilità di successo, bisogna che vi sia anzitutto un’Europa». Esattamente sessantuno anni fa l’allora ministro francese Robert Schuman pronunciava queste parole nel Salone dell’Orologio del Quai d’Orsay, gremito come si conviene alle grandi occasioni: è il 9 maggio 1950 e Francia e Germania decidono di porre sotto un’unica autorità le rispettive risorse carbosiderurgiche, dando vita a quello che è considerato l’atto di nascita del processo di integrazione europea. Allora erano il carbone e l’acciaio ad unire prima due, poi sei paesi del Vecchio continente, riuscendo a chiudere pericolose rivalità e accantonando conflitti secolari, culminati nel bagno di sangue della seconda guerra mondiale. Un patto concreto e pragmatico, non scevro – ad onor del vero – della componente dell’interesse nazionale (francese, ça va sans dire), ma che segnava di fatto l’uscita dalla tragedia e avviava un graduale percorso di pace che – tempo alcuni decenni – avrebbe condotto ventisette paesi a condividere un destino comune e un’esperienza istituzionale unica nel suo genere. Ma ora nuove fratture percorrono l’Unione: organismo mutevole e flessibile, l’Ue è arrivata fino ad oggi, alternando successi e sconfitte, accelerazioni e battute d’arresto. La ‘casa europea’, oggi più che mai, scricchiola sotto il peso di nuove sfide: crisi finanziaria, immigrazione, intervento in Libia, solo per citarne alcune. Proviamo a fare il punto con Sandro Gozi, deputato italiano e acuto osservatore della realtà europea: già diplomatico e funzionario nell’Ue, ha fatto parte del Gabinetto del Presidente Prodi ed è autore di numerosi volumi e contributi di diritto e politica dell’Unione europea.

Onorevole Gozi, tutti gli anniversari impongono un bilancio: qual è, secondo lei, quello dell’Europa unita di oggi?

Purtroppo è un bilancio negativo: l’Europa è incompiuta. Penso alla politica estera ma anche all’economia, tutti aspetti centrali rispetto ai quali l’azione dell’Ue è ancora da completare. E poi il suo potenziale non è sfruttato appieno.

Un’Europa “in folle”?

Sì. Dall’Unione potremmo raccogliere molto di più. A partire dall’attualissimo tema dell’immigrazione, che andrebbe regolata attraverso una vera e propria politica comune, anche prevedendo il rafforzamento delle frontiere esterne con, ad esempio, un corpo di polizia comune.

Lo scorso anno le piazze di Atene ardevano, solo poche settimane fa erano in molti ad attaccare la moneta unica. Oggi i fatti del Nord Africa ripropongono i temi della politica estera e della gestione dei flussi migratori. Qual è la sfida più pericolosa per l’Europa?

È urgente costruire l’Europa dell’economia. Non dobbiamo – e non ci converrebbe affatto – tornare indietro rispetto all’Euro. Serve piuttosto una gestione comune della politica economica.

Con quali strumenti?

Innanzitutto con un bilancio adeguato. E poi introducendo tutta una serie di incentivi alla crescita economica. Ad esempio, potremmo usare il debito pubblico europeo – i famosi Eurobond – per finanziare progetti per le infrastrutture. O ancora, disincentivare le speculazioni finanziarie più pericolose significherebbe reperire risorse da impiegare in programmi di investimento. Ma penso anche a soluzioni innovative, come una fiscalità al servizio dell’ecologia – che premi i comportamenti virtuosi – magari diminuendo l’Iva, oramai superata.

Quante e quali le responsabilità della politica in questa impasse dell’Unione?

Molte. Le destre – sotto lo scacco delle estreme destre – hanno reso l’Europa un capro espiatorio, utile bersaglio esterno di fallimenti interni. E così abbiamo un’Unione impaurita e bloccata.

Se le destre hanno “tirato il freno”, le sinistre europee non sembrano aver fatto molto per questa Europa….

La sinistra ha sbagliato quando si è accontentata di fare delle “correzioni al margine” rispetto agli atteggiamenti delle destre al potere. Dovrebbe, invece, essere radicalmente alternativa, trovando il linguaggio per spiegare che l’Ue non è il problema ma la soluzione.

Manca, però, uno spazio civico comune, un’opinione pubblica europea. Occorre ridare ‘gusto’ all’Europa e avviare un processo di identificazione, anche emotiva. Come?

La politica nazionale dovrebbe appropriarsi della questione europea, rendendola materia di dibattito pubblico e mediatico. Ma è anche necessario costruire “un’Europa politica”. Così alle elezioni europee potremmo finalmente scegliere i nostri rappresentanti sulla base di liste (almeno in parte) transnazionali e eleggere direttamente il Presidente dell’Ue.

Cosa significa per comunità regionali come l’Umbria investire sull’Unione? In altri termini, perché il cittadino umbro dovrebbe sentirsi “cittadino d’Europa”?

Moltissimi aspetti che interessano l’Umbria e i suoi cittadini passano, oggi, per l’Europa, anche in termini di finanziamenti. Penso alla formazione professionale, allo sviluppo locale e sostenibile. Ma anche ai temi dell’ambiente, della cooperazione culturale e del turismo. Le politiche regionali devono essere inquadrate nel contesto dei grandi orientamenti europei.

In altri termini, serve una dimensione che integri il contesto regionale con quello europeo?

Esattamente. D’altronde le nuove strategie di sviluppo della Regione, per essere efficaci, devono basarsi sul partenariato e sulla cooperazione. Tutto ciò incentiva scambi e mutua conoscenza ed è fonte di iniziative imprenditoriali comuni. E poi l’Europa è un sistema orizzontale, basato sul dialogo tra i diversi soggetti istituzionali.

La sua biografia descrive un percorso umano e professionale all’insegna dell’Europa, di cui è – «per passione e per scelta» – fervente sostenitore. Quanta importanza ha avuto questa formazione?

Fondamentale. All’Europa devo tutto: la mia formazione, universitaria e professionale, ma anche un’esperienza e una visione che ora metto molto volentieri al servizio del nostro paese. Le grandi questioni che ci preoccupano – crescita, occupazione, ambiente – devono necessariamente essere analizzate e gestite a livello Europeo. Altrimenti sarà molto difficile trovare le vere soluzioni.

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