Eros Brega, polemiche sul processo
Eros Brega questa mattina in aula (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi
Twitter @DanieleBovi

Qualche istante in aula leggendo poche righe vergate su un foglio in cui c’è scritta una cosa semplice: «Se rinviato a giudizio mi dimetterò immediatamente». Così il presidente del consiglio regionale Eros Brega martedì mattina in aula rispondendo alla richiesta di chiarimenti da parte di Pdl, Fiammetta Modena e Lega Nord arrivata lunedì.

VIDEO: QUANDO BREGA RISPOSE SULLE INDAGINI

Il 4 dicembre Chiarimenti in merito alla richiesta di rinvio a giudizio inviata a Brega dalla procura di Terni che lo accusa di concussione, peculato, falso ideologico e calunnia nell’ambito dell’inchiesta sui cosiddetti Eventi valentiniani e non solo. Nella nota di lunedì il centrodestra sosteneva che Brega fosse venuto a conoscenza della richiesta della procura di Terni due giorni prima della sua rielezione a presidente dell’aula, avvenuta il 15 novembre: «Solo il 4 dicembre – ha detto Brega – ho ricevuto  tarda serata via fax la richiesta di rinvio a giudizio nello studio del mio avvocato».

Totale estraneità Il presidente ha poi ribadito (come già fatto tramite il suo avvocato) la sua «totale estraneità ai fatti addebitatemi e il pieno rispetto della magistratura». Brega definisce poi «politicamente e umanamente scorretti» i commenti del Pdl, Lega Nord e Per l’Umbria e in particolare «di alcuni consiglieri e consigliere che si sono adoperati sulla notizia». «In caso di rinvio a giudizio ha concluso – mi dimetterei immediatamente in ossequio a quella buona e sana politica di cui molti scrivono e parlano».

Locchi apprezza E che la linea del centrosinistra sia quella dell’attesa dell’udienza preliminare lo conferma il capogruppo del Pd in consiglio regionale Renato Locchi. Commentando le parole di Brega Locchi sostiene che  «riconfermano quanto da lui precisato più volte» e che «rispondono alle regole che il Partito democratico si è dato e rappresentano a pieno la posizione assunta dalla maggioranza di centrosinistra nell’aprile scorso». «L’eventuale rinvio a giudizio – sottolinea Locchi – determinerebbe un quadro istituzionale totalmente diverso. Rispetto a questo il presidente del Consiglio regionale dimostra lodevole sensibilità. Si tratta – conclude – di un comportamento lineare e coerente, che marca ancora una volta la diversità del centrosinistra e dei suoi rappresentanti da quanto quasi quotidianamente avviene in altre Regioni e a livello nazionale».

L’accordo di aprile Il problema però è che con tutta probabilità il 14 non si concretizzerà nulla perché per prendere una decisione potrebbero servire, in base a molti fattori, più udienze. Fare stime sui tempi è molto difficile ma di certo non basterà attendere la metà di gennaio mentre, come ha spiegato lunedì il ministro Cancellieri, si voterà per le politiche il 17 o il 24 febbraio. L’accordo di aprile a cui fa riferimento Locchi si colloca in quelle settimane dove infuriava la polemica intorno alla «questione morale» scoppiata dopo l’arresto di Goracci e il terremoto eugubino. In uno dei tanti summit del centrosinistra andati in scena in quei giorni i segretari dei partiti stilarono un documento politico in sei punti che affronta anche questo argomento e, al punto sei, sembra non lasciare spazio ad alcuna interpretazione: «Riguardo alle vicende giudiziarie in corso – è scritto nel documento -, si ribadisce che l’istituto dell’avviso di garanzia non può trasformarsi da garanzia dell’indagato ad una preventiva forma di condanna. Pertanto, fermo restando le autonome decisioni dei singoli e dei partiti di appartenenza, si ritiene che solamente nel caso di rinvio a giudizio per gravi ipotesi di reato nei confronti della pubblica amministrazione, sia opportuno che vengano rassegnate le dimissioni dall’incarico istituzionale eventualmente ricoperto».

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