Massimo D'Alema a Terni (Foto Fabio Toni)

di Fabio Toni

Poco spazio alla polemica tutta interna al partito, accesa dalle stilettate di Renzi e dalle risposte della dirigenza del Pd. Massimo D’Alema, intervistato a Terni da Francesco Bei (La Repubblica), dal palco centrale della festa democratica lo ha ribadito chiaramente: “Siamo pronti per andare al governo”.

Si inizia dagli USA «Tifo Obama e spero che la destra conservatrice non vinca. Guai però a fare degli Usa un modello assoluto di democrazia. Da noi alle politiche vota il 75, 80 percento della popolazione. Lì meno della metà».

Monti e Napolitano, presidenti grazie al Pd «Certi giornali contrappongono i partiti, connotati negativamente, a figure positive come Monti e Napolitano. Entrambi però, senza il partito democratico non sarebbero dove sono ora. Fra l’altro siamo stati noi – e non un evento soprannaturale – a cacciare Berlusconi, a proporre un governo di responsabilità nazionale e a non voler andare alle elezioni per il bene del nostro Paese».

Abbiamo governato bene «Siamo pronti per tornare alla guida del Paese. Neppure Monti ha fatto quello che siamo riusciti a fare noi quando eravamo al governo. Lo spread, tra l’altro, a quel tempo era a quota 32. Oggi esultiamo perché è sceso a 368 punti. Quando eravamo al governo abbiamo promosso la crescita, tagliato il debito pubblico e raggiunto posizioni di prestigio sulla scena internazionale».

Monti «Ho un rapporto personale, antico e amichevole con il presidente del consiglio. Fui io, da capo del governo, a confermarlo commissario europeo, negoziando anche il suo incarico a commissario alla concorrenza. Una fase in cui l’Italia aveva Prodi alla presidenza della commissione europea e Monti a quella per la concorrenza. Un livello mai più raggiunto.
Sul piano politico, Monti è un liberale, di certo non un uomo di sinistra. Tuttavia in questo paese, dove la destra sostiene l’evasione fiscale, un vero liberale rappresenta un bene prezioso. Nel lavoro di Monti c’è serietà, capacità di tenere sotto controllo i conti pubblici e una fortissima ispirazione europeista. Ora però il Paese ha bisogno di altro». C’è chi pensa che il Pd debba seguire la strada tracciata dall’attuale governo: «Un grande partito deve avere un’agenda propria. Nella nostra c’è qualcosa in più rispetto a quella di Monti. C’è più giustizia sociale, più dignità nel lavoro e più lotta alle disuguaglianze».

La ricetta per la crescita «C’è molto da fare, puntando ad esempio sulla professionalità dei dipendenti pubblici, troppo spesso vituperati. Serve poi una politica fiscale che non sia solo lotta all’evasione. Serve un vero riequilibrio: basti pensare che in Italia la rendita da capitale è tassata al 12% mentre i redditi da lavoro e di impresa al 55%. Un riequilibrio da attuare evitando la fuga di capitali all’estero. In questo senso il ruolo dell’Europa è fondamentale e serve una svolta profonda, rappresentata ad esempio da un forte meccanismo di solidarietà contro la speculazione finanziaria. Se una parte del debito diventasse debito europeo, avremmo subito un abbattimento dei tassi di interesse e toglieremmo ossigeno alla speculazione finanziaria».

Europa «L’Italia ha rispettato le condizioni imposte e non è sotto osservazione. Fra l’altro, dopo Germania e Francia, siamo il terzo paese per l’entità dei offerti alla Grecia. Ho apprezzato molto la condotta di Mario Draghi che ha preso decisioni importanti per stroncare la speculazione finanziaria e rafforzare l’euro. Che le principali decisioni politiche, in Europa, spettino alla Bce è segno di una debolezza delle istituzioni comunitarie. Noi vogliamo un’Europa più forte. L’affermazione di forze politiche di sinistra, come in Francia, va proprio in questo senso».

Alleanze «Siamo in grado di prospettare una linea che può avere il consenso di Sel. Vendola lo conosco e lo stimo, è presidente della mia regione e conosco la sua linea politica. La Puglia è per noi un laboratorio di governo con l’Udc: governiamo a Foggia, Bari, nella provincia di Taranto. In regione l’Udc non fa parte della maggioranza ma a volte sostiene la giunta anche più di noi. Ritengo Vendola e Casini due interlocutori ragionevoli. Senza Casini, non avremmo cacciato via Berlusconi. Sul piano personale dovrei avercela con lui, visto che si oppose alla mia nomina a presidente della Repubblica. Invece sono sereno, è stata quasi una fortuna – ironizza D’Alema – e ritengo Casini utile per il futuro del paese. Ha sbagliato a stare con Berlusconi, poi si è reso conto comportandosi con coraggio e coerenza. Ritengo questa coalizione molto più credibile di altre del passato. Di sicuro non vogliamo gente che sta al governo e che contemporaneamente manifesta in piazza contro il governo».

Il ‘papiello’ del potere D’Alema bolla come “cretinata” la notizia secondo cui ci sarebbe un accordo segreto fra le massime cariche del Pd per spartirsi alcuni posti cruciali. «Nessuna di quelle cariche è nella disponibilità di quelli che avrebbero sottoscritto questo fantasioso accordo. I ministri li nomina il capo dello Stato, il presidente della Camera deve essere eletto dalla maggioranza assoluta dei deputati e poi il segretario del Pd lo si elegge con le primarie. Se c’è una cosa che in politica non funziona, sono i patti segreti per spartirsi i posti».

Chi al Quirinale?
Francesco Bei stuzzica D’Alema proponendo un trittico di nomi: Amato, Prodi e Monti. «Voglio bene a tutti e tre e non indicherei mai uno di loro. Se non altro perché, a parte l’elezione di Cossiga, non ricordo una sola volta in cui la persona indicata sia stata poi eletta. Con Scalfaro il candidato era Forlani, con Ciampi il nome caldo era quello di Marini e c’ero io quando è stato eletto Napolitano.

Per Renzi, che lo ha etichettato come ‘nonno’, solo una battuta: «Mi farebbe molto piacere diventare nonno e spero che i miei figli mi diano questa gioia. Purtroppo non lo sono ancora. Su questo discorso – si fa più serio – non intendo dire più nulla da qui alle primarie. Nel mio percorso non ho mai smesso di fare una cosa, ovvero di partecipare con passione alla vita politica. Di recente, nel ruolo di presidente del Copasir, ho avuto la possibilità di far approvare una riforma che cambia radicalmente le procedure per il segreto di Stato e impone al presidente del Consiglio di spiegare l’eventuale decisione di imporre il segreto al comitato parlamentare, ovvero all’opposizione. Una riforma approvata in parlamento all’unanimità e che non ha trovato il giusto spazio sui media».

Fra i ministri del governo tecnico, c’è chi sembra aver preso una certa dimestichezza con la politica, tanto da non escludere un impegno diretto nella prossima tornata elettorale. «Fa piacere che anche i tecnici si appassionino alla politica. Dentro questo governo ci sono tante persone di qualità. Un ministro che sento politicamente affine? Senz’altro Fabrizio Barca, ma ce ne sono anche altri. Spetta in primis a loro dire se si sentono di centrosinistra perché credo che per far parte di un governo di centrosinistra non basta essere bravi, ma bisogna condividere programmi, valori e sentimenti del centrosinistra».

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