Il consiglio regionale (foto ©️Fabrizio Troccoli)

di Daniele Bovi

Respingimento delle dimissioni, sette punti ritenuti prioritari e presa d’atto che la legislatura si chiuderà in anticipo, senza però indicare quando. È questo il documento discusso venerdì mattina dalla maggioranza di centrosinistra in vista della cruciale seduta del consiglio regionale di sabato. Un atto che in realtà non aggiunge nulla di nuovo rispetto a quanto ripetuto in più occasioni negli ultimi giorni da coloro che sono intenzionati a portare avanti la legislatura.

ASSEMBLEE PROVINCIALI SEMIDESERTE

Il documento Il punto di partenza sono le comunicazioni della presidente (sulle quali si esprime «piena condivisione»), invitata a fare un passo indietro. Tra le cose da fare nel giro di pochi mesi la «normativa sul sistema dei controlli per le aziende sanitarie e per le aziende partecipate»; «approvazione della legge per la rideterminazione dei vitalizi», che è già stata incardinata in commissione e, come stabilito dal governo, dovrà essere approvata entro il 30 maggio; rendiconto e assestamento di bilancio; «adeguamento, con aumento della dotazione professionale tecnica per lo smaltimento delle pratiche del terremoto, degli uffici di controllo al fine di sveltire la ricostruzione»; «chiusura del settennato della programmazione dei fondi europei 2014-2020 e apertura dei tavoli per la nuova programmazione 2021-2027; «approvazione della legge antimafia» e, infine, delle modifiche allo statuto regionale.

Numeri e scenari Il problema è che, stando alle prese di posizione di queste ore, non ci sono i numeri in aula per approvare questo documento: il sì di Leonelli e Paparelli non c’è, Marini e Barberini non parteciperanno al voto e così quota 11, necessaria per respingere le dimissioni, è lontana. Le due paginette sono state inviate nel corso della giornata al Pd nazionale dal quale però non è arrivata alcuna risposta: una sorta di silenzio-dissenso mentre da Roma si fa capire che quanto c’era da dire è stato già detto subito dopo le dimissioni della presidente e, non più tardi di martedì, dalla nota concordata tra Verini e Orlando. Insomma, la posizione non cambia. Gli scenari possibili a questo punto sono diversi: il centrosinistra potrebbe spaccarsi in aula provocando, come circolato anche venerdì, le dimissioni degli assessori Cecchini, Chianella e Bartolini; oppure potrebbe essere la presidente a comunicare che non ha alcuna intenzione di fare passi indietro.

Cgil Nel frattempo continuano a moltiplicarsi le prese di posizione contro il proseguo della legislatura. A schierarsi venerdì è stata la Cgil dell’Umbria nell’ordine del giorno approvato oggi all’unanimità dal direttivo del sindacato di Maurizio Landini: «In Umbria l’inchiesta in corso, che ha colpito i vertici istituzionali della nostra Regione, ha sancito – è detto nel documento – la fine politica della legislatura, dal nostro punto di vista fortemente deludente. Qualsiasi tentativo di protrarla ulteriormente sarebbe solo accanimento terapeutico».

Giudizio duro Nel documento dunque si dà anche un giudizio molto duro sugli ultimi anni di governo: «I cittadini e le cittadine dell’Umbria – dice il sindacato – sono quotidianamente preoccupati per una situazione regionale molto difficile: la ricostruzione post-sisma che non parte, le infrastrutture bloccate, il futuro di molte aziende incerto e, più in generale, per il lavoro che non c’è. Da anni, insieme a Cisl e Uil chiediamo un nuovo modello per l’Umbria, un piano regionale, in grado di individuare nuovi potenziali assi di sviluppo per la nostra regione. Da questa crisi così profonda si può uscire soltanto aprendo una fase “costituente” per la nostra Regione, nella quale il dibattito politico sia incentrato sulle potenzialità, su come indirizzare le risorse europee, quelle presenti e quelle future, su come gestire il rapporto con le multinazionali – a partire da Ast, dal cui futuro dipende una parte consistente della nostra economia regionale -, su come governare la rivoluzione digitale in atto, su come rilanciare un welfare pubblico universale e garantire qualità e sostenibilità ambientale».

Pd Perugia Da segnalare, dopo la presa di posizione di alcuni sindaci, candidati sindaco, militanti e giovani di alcune associazioni, anche una presa di posizione apparsa venerdì sera sulla pagina Facebook e sul sito del Pd di Perugia; parole diametralmente opposte a quelle dei due segretari provinciali pronunciate durante le seminereste assemblee di giovedì: «Meglio ripartire – dicono – con disciplina e onore». Nel post si dice che il problema non è il garantismo ma il fatto che mancano «le minime condizioni politiche per garantire un governo solido e riforme serie per l’Umbria. Provare a farlo sotto assedio, con un logorante stillicidio quotidiano, significherebbe solo prolungare una lenta agonia, con una sorta di accanimento terapeutico che non serve all’Umbria e agli umbri. E tanto meno al Pd. È giunto quindi il tempo di dare un chiaro e netto messaggio di cambiamento. E’ giusto farlo. Siamo obbligati a farlo. Ma farlo valorizzando una storia di governo che ha cambiato in meglio l’Umbria, anche in questi ultimi anni. E senza nascondersi limiti e criticità».

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