di D.B.

«Come avvenne che conobbi l’Umbria? Mi venne da Spoleto l’invito a parlare. Mi misi in viaggio. Era una giornata splendida, alle soglie della primavera. L’ora del comizio vicina al mezzogiorno. Il Corso di Spoleto era gremito di persone». Era stretto e forte il legame tra l’Umbria e Pietro Ingrao, morto domenica all’età di 100 anni. Un secolo intero attraversato da protagonista, da dirigente di primo piano del Pci e da intellettuale lucido e raffinato; l’intellettuale della «certezza del dubbio» e che aveva intitolato il suo ultimo libro dal quale sono tratte le parole citate poco più su, «Volevo la luna». «Parlai ad una piazza – continua il racconto Ingrao – vicina alla uscita nord della città, con un buona dose di trepidazione. Ma avendo dinanzi un pubblico amico e caldo. Andammo a mangiare a Monteluco. E qui una parte incantevole del viaggio. Quella radura del monte mi avvinse. Vi tornai per le vacanze, con le figlie fanciulle e cominciammo a scoprire le prime bellezze dell’Umbria. Poi mi chiamarono ad Orvieto e vi tornai in seguito: come secondo un rito. Poi incontrai Terni».

Ingrao e l’Umbria L’Umbria è stata per lungo tempo la circoscrizione di Ingrao, la terra che lo ha eletto alla Camera per oltre 30 anni, dalla quarta alla decima legislatura. «Avevo scoperto – scrive sempre Ingrao a proposito di Terni -, sulla grande piazza d’ingresso alla città un locale che aveva dei dolci squisiti, e io non resistevo alla gola. In quella piazza che poi mi divenne familiare per i comizi. Terni era una città di lunga storia civile e politica. Negli anni 20 vi erano sorti i primi nuclei comunisti: compagni finiti nelle carceri o esuli in Francia e Russia o Garibaldini in Spagna. A Terni c’era stato un impatto rovinoso con la guerra, subendo più di 100 bombardamenti. Nel 56 a dirigere il Partito c’era un giovane compagno che divenne mio amico carissimo, Raffaele Rossi. Il mio rapporto si estese ad altre città: Orvieto, Spoleto, Assisi, Perugia, Gubbio, Castello, Spello, Norcia». Un rapporto che nel corso degli anni non si spezzerà e che è stato fondamentale per il percorso di formazione di molti dirigenti e militanti locali del partito che nelle posizioni di Ingrao si riconoscevano.

Programma per l’Umbria Lo storico dirigente comunista racconta poi dell’elaborazione del piano regionale di sviluppo, della connessione tra regionalismo e sviluppo in quegli anni in cui l’istituzione regione e la sua classe dirigente muoveva i primi passi, della «convergenza» che c’era, a differenza di quanto succedeva sullo scenario nazionale, tra comunisti, socialisti e democristiani. Una regione che Ingrao nel corso dei decenni ha percorso in lungo e in largo, dalla prima Marcia della pace con Aldo Capitini, conosciuto fin dai tempi della clandestinità sotto il regime fascista, ai discorsi alla Sala dei Notari del capoluogo umbro, al ruolo giocato da Ingrao nell’elaborazione dei dieci punti del Programma per l’Umbria (approvato nel 1960), che parlavano di welfare, di superamento della mezzadria, della costituzione della Regione e di modernizzazione, le telefonate fatte per scongiurare i licenziamenti alla Perugina, i discorsi dentro le acciaierie di Terni.

Punto di riferimento Quella Terni dove, in piazza del Popolo, il dirigente chiudeva ogni campagna elettorale. Insomma, Ingrao è stato un filo fondamentale del tessuto politico e culturale della regione, un punto di riferimento intellettuale per tantissime persone, con la sua eterodossia praticata con forza e coerenza all’interno della ‘chiesa’ comunista, per la sua ricerca costante, per la rivendicazione del diritto al dissenso, per la sua «Pratica del dubbio» che è anche il titolo del bel libro che racchiude il dialogo tra Ingrao e Claudio Carnieri, presidente della Regione tra il 1993 e il 1995 e ora al vertice dell’Agenzia Umbria ricerche. All’Umbria, in anni di conformismo, i dubbi e i dissensi di Pietro Ingrano mancheranno molto.

Il ricordo della presidente «Una personalità così forte ed importante non solo per la vicenda nazionale dell’Italia repubblicana, ma per la storia di questa nostra terra umbra – ha detto ricordandolo la presidente Catiuscia Marini -, alla quale era molto legato essendo stato per molte legislature capolista del Pci e deputato qui eletto. Deve non poco proprio alla ricchezza e alla tenacia del suo impegno politico culturale e civile, dentro le lotte operaie e contadine, negli anni ’50, ’60 e ’70, nella elaborazione di una visione dell’Umbria capace di infrangere e oltrepassare più antichi ed angusti orizzonti municipalistici e localistici. Fino a fare della nostra piccola regione, come ho anche avuto modo di ricordare facendogli gli auguri per i cento anni – ha proseguito -, un territorio esemplare e protagonista delle necessità e delle possibilità di un rinnovamento profondo dell’Italia dopo la prima fase della storia repubblicana». «Con la morte di Ingrao – dice invece il segretario del Pd umbro Leonelli – se ne va uno dei protagonisti del ‘900 della Sinistra italiana. Una storia legata a doppio filo con la nostra regione stante il legame politico particolare,  che ha visto l’Umbria per tanti anni essere il collegio elettorale di riferimento dello stesso Ingrao».

Twitter @DanieleBovi

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