Meno banche sul territorio, rallentamento dell’edilizia e le botteghe artigiane che sempre di più diventano un miraggio a vantaggio della grande distribuzione. Sono le principali tendenze che hanno modificato la morfologia industriale dell’Umbria negli ultimi trenta anni, che emergono dall’istantanea scattata dall’annuario economico Esg89 che si basa sui dati della Camera di Commercio.
Fatturato Se nel 1992 ai primi cinque posti della classifica delle venti aziende più importanti per fatturato, che toccava un massimo di 350 miliardi di lire, si trovavano settore bancario ed edilizia, lo scenario del 2022 è ben diverso. Quindici anni di crisi del settore delle costruzioni, con una ripresa strettamente legata all’esperienza del superbonus, hanno ridotto drasticamente il numero e le dimensioni delle imprese. Guardando al presente, il totale del fatturato nel 2019 delle prime 20 in classifica era di circa 10,6 miliardi di euro, nel 2022 è balzato a 16,5 miliardi. Il valore del risultato di esercizio è invece passato dai 258 milioni del 2019 a 602 milioni nell’esercizio 2022. «L’Umbria nel 2022 – sottolinea Giovanni Giorgetti presidente del centro studi Esg89 – ha saputo recuperare completamente la caduta del Pil registrata nel 2020 a causa della pandemia performando anche meglio di altre regioni del centro Italia».
La classifica A farla da padrone oggi, con un fatturato che va dai 700milioni di euro ai quasi 5 miliardi, sono le aziende del commercio e della meccanica, di precisione e automotive. Parallelamente guadagna posizioni la moda di lusso, in particolare il settore del cashmere, tante anche le eccellenze nel settore agroalimentare. La crisi delle banche locali, servizio di prossimità per il cittadino e l’avvento della grande distribuzione hanno cambiato la fisionomia di borghi e centri storici, sempre più soggetti ad abbandono e spopolamento. Nel recupero del rapporto con il territorio la possibile chiave per lo sviluppo del prossimo decennio, non solo in ottica di attrazione turistica.
Il futuro Lo scenario per il 2023 si è un po’ complicato a causa del mordere dell’inflazione, del conseguente innalzamento dei tassi di interesse e quindi del rallentamento generale degli investimenti. Anche la disoccupazione ha toccato in regione il minimo storico attestandosi al 6-6,1%. Ci sarà, di contro, da lavorare molto sulla dinamica della politica dei redditi: troppo bassa per il ‘Cuore verde d’Italia’ che si attesta fra le posizioni meno virtuose d’Italia con un reddito medio pro-capite di soli 28.530 euro. E questo contribuisce a limitare inevitabilmente l’attrattività delle nostre imprese per i giovani diplomati-laureati o addirittura ne alimenta la fuga in altre regioni o all’estero.
