di Ivano Porfiri
«Siete stati un pubblico degno di sé». E’ un Franco Battiato visibilmente emozionato che quasi non riesce a staccarsi dall’abbraccio del Palaevangelisti. Un concerto insieme ad Alice in un crescendo emozionale, con il Maestro che parte algido sulla sua sedia, fino al «rompete le righe» di Centro di gravità permanente, quando tutti si alzano in piedi e manca poco che il musicista catanese non si lanci in uno stage diving da concerto rock.
Tuffo negli anni ’80 La serata è un alternarsi di Battiato e Alice con soventi sovrapposizioni. Il palco ha una scenografia scarna ed essenziale, con due sedie grigie affiancate e un cubo al centro, ma colmo dei musicisti dell’Ensemble Simphony Orchestra diretta da Carlo Guaitolicon con i loro archi ad accompagnare la formazione con Angelo Privitera (tastiere e programmazione), Davide Ferrario e Antonello D’Urso (chitarre), Andrea Torresani (basso) e Giordano Colombo (batteria). E’ chiaro fin dalle prime battute che l’atmosfera musicale è un tuffo negli anni ’80, gli arrangiamenti quelli originali del tempo dell’incrocio artistico tra Battiato e Alice.
Battiato solo Il Maestro si presenta senza fronzoli, giacca blu e pantaloni grigi, e attacca con L’era del cinghiale bianco. «Muchas gracias, benvenuti», sono quasi le uniche parole che si concede in una prima parte che alterna vecchi successi come No time, no space, La stagione dell’amore, a brani di un altro periodo della sua carriera come Shock in my town e La cura, fino a proporre due canzoni composte «a dicembre scorso» quali Lo spirito degli abissi e Le nostre anime («E’ difficile ma provateci», introduce quest’ultima al pubblico). Solita ovazione – la prima di una lunga serie – per Povera patria.
Arriva Alice Sul palco sale, quindi, Alice in splendida forma con una luminosa camicia bianca, pantaloni di pelle neri e grandi occhiali. Il tempo è passato anche per lei, ma la voce è potente come quella di una volta e la cantante la fa vibrare per Dammi la mano amore, Il vento caldo dell’estate fino al cavallo di battaglia sanremese Per Elisa.
Primo incrocio Il primo duetto parte quando lei lo chiama sul palco: «Vieni Franco». Quattro brani insieme: tre classici di Battiato come Nomadi, Prospettiva Nevskij e Summer on a solitary beach e un omaggio a Claudio Rocchi, cantautore scomparso qualche anno fa, con La realtà non esiste.
In crescendo tra bis e duetti Alice lascia di nuovo la scena al Maestro, che scalda definitivamente il pubblico con una raffica di successi del calibro di Gli uccelli, Segnali di vita, Cuccuruccucù e Centro di gravità permanente. Poi, ancora, Bandiera Bianca, Sentimiento nuevo (con Alice) in cui è il pubblico ad avvolgere i due con il coro: «ed è bellissimo perdersi in questo incantesimo» . Poi è il classico balletto dei bis. Battiato ne concede molti, quasi stupito del calore strabordante del pubblico: «Mi volete mandare in galera?», chiede prima di concederne un ennesimo con L’animale. Quella che sembra la chiusura è la siciliana Stranizza d’amuri. Ma il richiamo dei fan di tutte le età è troppo forte. Ed ecco, dunque, ancora due brani. «Ora ne farò una che non vi interessa», dice Battiato prima di eseguire Io chi sono?. Ma il finale non poteva non essere il brano che nel 1984 i due portano all’Eurofestival: I treni di Tozeur. E per un istante ritorna la voglia di vivere a un’altra velocità.
