di Giampiero Rasimelli
Ma è davvero obbligatorio schierarsi tra Cuperlo e Renzi o qualche altro, prima ancora che si dia avvio al Congresso del Pd? Io ho serie perplessità e qualche contrarietà di principio che vorrei proporre.
In questi anni ho scelto di testimoniare con Area democratica la convinzione che si dovesse superare il grave errore compiuto nello scorso Congresso del Pd dividendo il partito tra presunti ex Ds e presunti ex Margherita per rilanciare invece lo spirito e le ragioni originarie della nascita del Pd. Ho sempre pensato che al posto della lacerazione vi dovesse essere uno sforzo collettivo di innovazione capace di attrarre nuovi consensi e nuove forze ad un progetto di cambiamento e rinnovamento strutturale del paese. Ho sempre pensato che la contendibilità della leadership e l’esprimersi della elaborazione politica in correnti di pensiero potesse essere una risorsa della nuova forza riformista, ma anche un grave pericolo per il suo sviluppo se la contendibilità si fosse rinsecchita ed esclusivamente esercitata tra leader e correnti.
Ho la preoccupazione che si stia riproponendo lo stesso film: scarso dibattitto sui contenuti e sulla lettura della società oggi, lacerazione tra schieramenti presuntamente “innovatori” e “conservatori”, scontro tra leadership che prevale sulla lettura delle scelte. Conosco e stimo Gianni Cuperlo da anni, ma devo prendere atto che attorno alla sua candidatura si è costruito molto poco in questi mesi e non è di una battaglia di testimonianza che necessita oggi il Pd. Attorno a Matteo Renzi si sta invece manifestando una mobilitazione da plebiscito “a prescindere” che mi rende diffidente per due motivi. Il primo è che un plebiscito costruito senza un forte coinvolgimento del partito e della società sulle scelte, sulle politiche, sulla visione di una azione di trasformazione che si collochi nelle sofferenze e nelle dinamiche innovative di oggi in Italia, in Europa e nel contesto internazionale, finiremmo per pagarlo a caro prezzo alle prime, inevitabili difficoltà, anche questo è già successo!E d’altra parte è un dato che alti sondaggi, piazze piene e primarie strepitose, che sono una manna per i media, non sono mai state per la sinistra e il centro sinistra garanzia di vittoria e di stabile successo, quello che oggi, invece, servirebbe all’Italia!
Il Pd in questo momento ha bisogno di una guida che con il più largo consenso sappia veramente costruire una nuova, diffusa cultura democratica, un progetto di innovazione che leghi le leadership all’Italia in una prospettiva di rinascita e di competitività capace di valorizzare le qualità, le competenze e il lavoro in questo nostro paese. Un progetto che sia in grado nel contempo di produrre nuova solidarietà sociale e ritrovata autorità delle istituzioni. La storia recente ci dice che tutte le scorciatoie sono fallite, che non è una questione solo di decisionismo, che non è solo una questione generazionale e che non è solo questione di vincere le elezioni per un pugno di voti o di punti percentuali. La politica deve riuscire a parlare di nuovo al paese, a orientarlo verso nuovi orizzonti e contenuti della vita nazionale e questa nuova narrazione non potrà essere una fiction, ma un impegno duro e totale.
Nel contempo c’è la responsabilità di garantire la guida difficilissima dell’Italia che viviamo ora, in questa situazione di crisi e di grave arretramento, che è la priorità assoluta. Nessuno scontro di leadership potrà prevalere su questa responsabilità, pena la dissoluzione del Pd. Sarà l’Italia stessa, se sapremo ascoltarla, a dirci quando questo confine d’emergenza sarà definitivamente superato e allora dovremo essere pronti con un progetto di più lungo periodo e con una leadership che lo rappresenti pienamente e in profondità.
Ora, per svolgere un congresso positivo, costruttivo, unitario, aperto al paese, chi si candida alla guida del Pd deve dire di più, molto di più di quanto sia stato detto fino ad oggi sulle questioni che ho trattato sin qui. Questa deve essere la base per costruire l’unità tra diverse componenti e sensibilità sulle scelte, sui contenuti, sui valori della nostra politica. Questa è l’anima di un congresso partecipato che dia garanzie di continuità e impegno generale, non è il cedimento alle vecchie logiche. E questa è anche la prima, credibile condizione per il superamento di una natura e di un uso degenerativo delle correnti, così come per il successo di una iniziativa rinnovata ed efficace del partito.
Un’altra cosa deve essere poi garantita in modo chiaro: l’autonomia del partito e della vita di partito a livello regionale. Essere irreggimentati in uno scontro di leadership nazionali che sopravanzi ogni istanza, ogni dibattito e ogni possibile e necessaria collaborazione di carattere regionale non è più riproponibile. Tutto ciò negli anni ha fiaccato il partito regionale, ne ha ridotto la qualità del lavoro, dei rapporti sociali, dei gruppi dirigenti.
Eppure in Umbria abbiamo dirigenti del Pd che sono oggi risorse importanti per la società regionale. Penso al rinnovamento generazionale operato con l’elezione di Catiuscia Marini a Presidente della Regione e di Wladimiro Boccali a Sindaco di Perugia. Penso a Marina Sereni oggi vicepresidente della Camera o a Gianpiero Bocci sottosegretario agli Interni, dirigenti che possono portare direttamente e con autorevolezza la voce dell’Umbria in sede nazionale. Penso ai nostri parlamentari, a tanti giovani sindaci che affrontano una prova durissima nel governo delle loro comunità o a tanti giovani quadri che hanno espresso la loro protesta per lo stato del partito e per quanto accaduto alla Camera in occasione dell’elezione del presidente della Repubblica.
Sarebbe esiziale che queste forze venissero nuovamente lacerate da una contrapposizione nazionale senza permettere che si sviluppi un’adeguata discussione sulla situazione regionale, sulle prospettive dell’Umbria in questo quadro di crisi, sullo stato del partito nei territori. E sarebbe ancora più esiziale se questa lacerazione dovesse destabilizzare i punti di innovazione che abbiamo espresso recentemente nelle istituzioni (a cominciare dal Comune di Perugia) che stanno affrontando un’esperienza di governo difficile e complicatissima. Noi abbiamo bisogno in Umbria di un gruppo dirigente forte, unitario, nuovamente aperto alla società regionale, di alto livello qualitativo, fortemente impegnato nella definizione di un’ orizzonte dello sviluppo regionale completamente nuovo. Le primarie bene usate e ben regolate sono una risorsa utile, debbono però essere usate per ottenere questi risultati positivi, non il loro contrario.
Credo che il partito in Umbria dovrebbe porsi questo tema, discuterlo e prendere posizione in vista dell’Assemblea Nazionale che discuterà le regole congressuali. Se non arrivasse una indicazione chiara sullo svolgimento del Congresso a livello locale e se non venisse riconosciuta l’autonomia delle dinamiche territoriali, temo che si creerebbe una situazione di caos difficilmente rimediabile. Per usare un mantra di questo momento dico, “anche io voglio vincere”. Ma non per una prospettiva effimera, bensì per dare risposte e speranze al paese e alla mia regione.
