di Celestino Tasso*
L’Isrim, Istituto superiore di ricerca e formazione sui materiali speciali per le tecnologie è a rischio chiusura e a rimetterci il posto potrebbero essere 32 persone, tra ricercatori, collaboratori e tecnici. L’istituto, che da oltre venti anni lavora nel mercato della ricerca, dell’innovazione e dei servizi avanzati, rischia di essere completamente cancellato per diversi motivi.
Per il disinteresse delle Istituzioni che detengono la maggioranza della proprietà; per le difficoltà attraversate dai soggetti privati e in particolare il fallimento del maggior soggetto presente all’interno della società mista pubblico-privata; per l’indagine della guardia di finanza che avrebbe rilevato e contestato all’istituto una serie di irregolarità contabili per alcune centinaia di migliaia di euro in riferimento ad alcuni progetti e fondi del Miur per oltre due milioni di euro, che hanno costretto la società Italeaf interessata all’acquisizione a desistere da tale progetto; per un buco ormai accertato di oltre 5,9 milioni di euro.
L’Isrim di Terni, i cui soci sono la Regione Umbria (tramite la partecipata Svilippumbria), la Provincia di Terni ed il Comune di Terni, attualmente in liquidazione è avviato tristemente al fallimento. L’atto che sancisce la messa in liquidazione volontaria era stato approvato dal precedente consiglio comunale di Terni, su proposta della ex giunta con 19 voti a favore, 11 contrari e 4 astensioni. Tale atto metteva in evidenza come le perdite nette mensili dell’Istituto erano pari a circa 60mila euro. Secondo tale delibera i vincoli di bilancio impediscono di procedere con la ricapitalizzazione e la scelta inevitabile, secondo sempre tale delibera, non può che ricadere sulla messa in liquidazione volontaria come alternativa al fallimento.
Alla faccia dei 32 dipendenti. Perché nessuno delle istituzioni si è posta o si pone la domanda su quali siano state le vere cause del dissesto finanziario dell’Isrim e perché non si è intervenuti prima e per tempo?
In questi anni i risultati raggiunti dall’Isrim sono stati e sono ottimi dal punto di vista scientifico con attestazioni che dimostrano che esistevano e continuano ad esserci delle potenzialità di sviluppo enormi per questa struttura, che però è stata fatta affondare da anni di mala gestione amministrativa/finanziaria. Questo Istituto poteva essere un fiore all’occhiello della ricerca italiana, potendo prestare servizi e consulenze in tanti ambiti, anche privati, potendo essere nel tempo, anche finanziariamente, autosufficiente. Se l’Isrim fallirà, sarà un fallimento delle istituzioni umbre interamente coinvolte in questa vicenda a tutti i livelli non essendoci alibi da imputare alla crisi generale, ma apparendo, solo uno dei tanti esempi di mala gestione da parte di amministratori pubblici umbri.
I ricercatori non hanno chiaramente alcuna responsabilità sulla gestione amministrativa e finanziaria, svolta da amministratori, come sembra, di nomina politica senza che i soci (Regione, Provincia e Comune) al tempo stesso abbiano minimamente esercitato il loro ruolo di indirizzo e controllo così come sembra. Sarebbe ora che, quando degli amministratori pubblici sbagliano, ne paghino finalmente anche le conseguenze.
Dall’ultimo incontro avvenuto in prefettura con i lavoratori dell’Isrim, i rappresentanti dei soci dello stesso istituto e i liquidatori, è emersa chiaramente la volontà dei soci di arrivare alla prossima assemblea, in programma l’11 Luglio, con la richiesta di presentare fallimento volontario, avendo gli stessi soci escluso la possibilità di ripianare i debiti dell’istituto.
Per evitare il fallimento c’è un’unica soluzione: il deficit accertato deve essere assolutamente ripianato dai soci pubblici, anche perché in caso contrario sarà lo Stato a perderci due volte, vuoi perché andrà depauperato l’unico patrimonio ad oggi realmente esistente dell‘istituto, costituito dalle certificazioni ottenute dal team dei 32 ricercatori e che in caso di fallimento saranno costretti a trovare una nuova occupazione, probabilmente all’estero, portandosi dietro le insostituibili competenze; vuoi perché lo Stato è creditore attraverso il Miur ed in caso di fallimento questi crediti sarebbero e diverrebbero inesigibili.
In caso di richiesta di avvio della procedura fallimentare volontaria da parte dei soci pubblici dell’Isrim non vorremmo essere costretti a chiedere alla sezione fallimentare del tribunale di Terni, di rigettare l’istanza di fallimento sulla scia del caso analogo e di ben maggiori dimensioni, in cui il tribunale fallimentare di Palermo ha rifiutato la richiesta di fallimento per la semplice ragione che l’utilizzo di enti formalmente di diritto privato non può essere un escamotage per disinteressarsi del buon andamento della società partecipata attraverso la scorciatoia delle procedure fallimentari, quindi omettendo la sorveglianza e producendo un evidente danno erariale.
La politica e le istituzioni che oggi, rispetto al caso Isrim, si stracciano le vesti, fanno la faccia contrita, si dichiarano preoccupati per il futuro dei lavoratori. La piantino di fare sceneggiate e si assumano le loro vere responsabilità. Lo dovevano aver fatto prima, lo facciano almeno oggi.
*Coordinatore Cisl di Terni
