di Attilio Romanelli*
Una settimana dopo il suo ritorno in Ast ThyssenKrupp inviò una lettera a tutti i dipendenti del sito ternano. In quella lettera c’era un passaggio, forse sottovalutato allora, ma che oggi assume una rilevanza fondamentale.
Vi si diceva infatti che la produzione di Ast è prevalentemente legata al mercato nazionale. Un’affermazione non veritiera, dato che storicamente solo il 40% della produzione ternana ha trovato sbocco nel mercato nazionale, mentre la parte restante del prodotto è andata a soddisfare la domanda globale di acciai speciali in tante aree del mondo.
Non vorremmo che quelle righe nascoste nella lettera ai dipendenti rappresentino una premessa al piano industriale che si deve ora costruire, perché per noi, imporre dei confini nazionali ad Ast, sarebbe inaccettabile: perché ci sarebbero inevitabili ripercussioni sui volumi e quindi sull’occupazione. L’equazione, più volte riproposta dalla Cgil e dalla Fiom, è semplice: 1,3 milioni di tonnellate di ‘caldo’ e 650mila di ‘freddo’ garantiscono l’equilibrio finanziario di Ast. Scendere sotto vuol dire ristrutturare e ridimensionare, con tutte le pesanti conseguenze che si possono facilmente intuire.
Accanto alla questione volumi c’è poi quella della salvaguardia di tutti gli elementi di forza del sito ternano: quindi non solo l’inossidabile, che ne costituisce l’elemento portante, ma anche i fucinati, il titanio e l’area informatica, elementi fondamentali per la sopravvivenza di Ast.
Si impone dunque la necessità di una immediata discussione del piano industriale. Su questo insistiamo fino alla nausea, perché il futuro di Ast non può essere deciso in maniera ‘clandestina’ come sta avvenendo, senza coinvolgere i soggetti che operano all’interno del sito. I lavoratori e le loro organizzazioni non possono assistere passivamente all’elaborazione di un piano decisivo per il loro futuro e per quello dell’economia umbra.
Nell’elaborazione del piano è poi fondamentale il rapporto con le istituzioni per quanto riguarda in particolare il completamento delle infrastrutture, la viabilità, la logistica. Così come non si può prescindere (in sinergia con gli enti pubblici e privati che operano sul territorio) dal rilancio della ricerca e della innovazione: elementi essenziali in siderurgia, dove la crescita della produzione dell’inossidabile ferritico o quella dei fucinati da 500 tonnellate, sono frutto dei processi di ricerca condotti all’interno del sito ternano, grazie ad una sinergia tra le forze produttive e il Csm (Centro di sperimentazione metallurgico).
Sempre nel rapporto con le istituzioni si gioca poi tutta la partita ambientale. E qui Terni non parte da zero, visto che siamo in possesso di quella che la stessa Commissione europea considera un’eccellenza, ovvero il forno elettrico, scarsamente impattante da un punto di vista ambientale. Questo non vuol dire naturalmente che ci si possa accontentare: bisogna al contrario pretendere continui investimenti, come già fatto nel recente passato.
L’ultima riflessione è rivolta alle associazioni datoriali. Dai servizi, alle manutenzioni, fino alle verticalizzazioni dell’acciaio, serve un nuovo protagonismo degli imprenditori locali e delle loro associazioni, che non possono sempre attendere che il lavoro gli piova dall’alto, ma devono contribuire attivamente a crearne le premesse, a costruire occasioni e opportunità produttive.
In tutto ciò, resta centrale la questione del reperimento di risorse necessarie per un progetto di rilancio della siderurgia (e non solo di questa, si pensi all’altra gamba del sistema industriale ternano: la chimica). E su questo versante la Cgil ha da tempo lanciato la sua proposta, che è quella di mettere in campo l’unico strumento legislativo in grado di attivare risorse pubbliche per il sistema industriale locale, ovvero il riconoscimento di Terni come area di crisi industriale complessa.
*Segretario generale della Cgil di Terni
