Gentile Redazione di Umbria24,
Ho seguito un vostro servizio televisivo dell’8 marzo con una intervista a Diana Scarponi del Collettivo L’Albero di Antonia di Terni, sullo stato dell’arte della (mancata) somministrazione della pillola abortiva RU 486 nel servizio sanitario regionale.
Premesso che l’esposizione della Scarponi non fa una grinza, perché l’atto di indirizzo della Giunta alle aziende sanitarie ed ospedaliere non ha avuto finora applicazione, merita qualche riflessione analizzarne i motivi, che a mio parere sono due: il primo è l’opposizione dei cosiddetti movimenti per la vita, che pretendono tre giorni di ricovero in corsia ospedaliera, perché così si espresse a novembre 2009 la commissione sanità del Senato in sede di indirizzo recependo il parere del Consiglio Superiore di Sanità. Pretesa strumentale, come si può ben capire se si pensa all’opposizione accanita che gli stessi hanno interposto alla legge 194 sull’IVG. Il problema è che agli atti della Commissione c’è un parere “alternativo” di minoranza che su questo punto non è affatto alternativo, e questo dà fiato (ecco il secondo motivo) alle minacce che anche in Umbria sono state proferite dai movimenti all’indirizzo di amministratori e medici che anzi che procedere al ricovero in corsia ammettessero il trattamento in day hospital come afferma con una serie di garanzie l’atto della Giunta regionale a tutela della salute della donna.
A questo punto ho proposto al senatore Ignazio Marino, capofila del Pd nella commissione del Senato, di provocare un chiarimento in primo luogo di natura giuridica, basato sul fatto che nel SSN il day-hospital è un pezzo di ospedale, dove chi entra è preso in carico dalla struttura ospedaliera sotto la responsabilità dei medici che vi operano i quali in piena scienza e coscienza devono poter decidere se vi sono le condizioni cliniche ed ambientali per garantire piena assistenza alla donna anche a domicilio (si tenga presente che qualsiasi ricovero è a rischio di infezione ospedaliera, che oggi costituisce una fetta rilevante della morbosità e mortalità in circostanze di ricovero quali che siano).
Questo perché a mio parere lo snodo dell’ingorgo sta nel restituire al medico la piena capacità assistenziale: il modo come si cura un paziente non lo stabilisce la Gazzetta Ufficiale, ma i medici con la loro cultura professionale, oggi estremamente aiutata (ma non sostituita) dall’accesso all’informazione su quanto accade nel mondo. Nel caso della pillola abortiva, purché somministrata secondo protocolli convalidati, c’è un’esperienza ormai trentennale di milioni di donne che la RU486 ha aiutato a superare senza sofferenza evitabile un momento estremamente critico qual è una gravidanza non accettata. E dalla letteratura medica apprendiamo che a metà dell’anno scorso gli eventi mortali collegabili all’uso della pillola sono stati in tutto il mondo una dozzina, la maggior parte negli USA e quasi tutti dubbi quanto a dipendenza dalla pillola.
Gianni Barro

