di Stefania Cherubini*
Sabato 14settembre è entrata in vigore la riforma della geografia giudiziaria tra proteste, polemiche, difficoltà attuative logistiche e di sistema.
Non ha torto chi sostiene, anche qualche sindaco nei giorni scorsi, che in una situazione di così grande difficoltà come quella che sta attraversando il paese, tra i tanti sacrifici richiesti vada fatto uno sforzo per risparmiare anche sulla spesa giudiziaria.
Il punto è: si risparmierà? L’Associazione nazionale magistrati sostiene di si, schierandosi al fianco del ministro Cancellieri che, non senza orgoglio, può sostenere che, nell’Italia dello stop and go, questa sia una delle poche riforme strutturali che è, invece, partita.
Tutto il resto degli operatori della giustizia, avvocati, cancellieri, ufficiali giudiziari e cittadini (arrivati anche a forme di protesta estreme), sostengono di no e che, comunque, i risparmi sarebbero inferiori ai costi. Costi che saranno a carico di enti, cittadini e quindi dell’intera comunità.
Ho avuto il privilegio di partecipare a questo dibattito e ai lavori preparatori da osservatori privilegiati, nazionali e locali e di visitare ed approfondire le problematiche di molte delle realtà interessate, rilevando che un dato emerge prepotente ed univoco. Siamo, è vero, un paese dai mille campanili, ma anche dai mille comuni, mille Asl e dai mille enti.
La grande occasione persa dal governo Monti (che da tecnico avrebbe avuto più e migliori strumenti per farlo) è stata quella di non provare a ridisegnare in maniera organica le istituzioni, a formulare una architettura nuova, più adeguata alle esigenze quotidiani, ai mutamenti intervenuti e, allora si, anche meno costosa.
Il terremoto della soppressione delle sedi distaccate dei Tribunali, di alcuni Giudici di pace e del Tribunale di Orvieto, ha forse fatto passare sotto silenzio il dibattito (e i vari decreti) sul riordino delle province, sull’eliminazione della sede effettiva dell’Usr, la ventilata riduzione delle prefetture, la riduzione delle sedi delle Asl.
È ingeneroso e fuorviante attribuire una qualche responsabilità del mancato coordinamento alla Regione, che certamente non ne avrebbe avuto i poteri, ma il governo centrale e soprattutto un governo tecnico, avrebbe avuto tutto il potere e le possibilità per poter finalmente fornire il nostro paese di sedi istituzionali più snelle, più omogenee e più rispondenti alle odierne esigenze, vieppiù agevolato dall’avvio dei processi di informatizzazione telematica ormai in uso in tutte le amministrazioni.
Nella nostra regione, ad esempio, permangono due province e due Asl, i cui ambiti territoriali non coincidono e tre tribunali, le cui circoscrizioni non coincidono con alcuno dei due precedenti; enti di secondo livello e unioni dei comuni che si stanno avviando – con un processo auspicabile – che talvolta fanno riferimento ad istituzioni diverse (penso a San Venanzo-Marsciano). Tutto questo non accadrebbe, con evidenti conseguenze di semplificazione di tempi e riduzione di costi, se si fosse fatto uno sforzo di riorganizzazione e razionalizzazione nazionale della quale avrebbero sicuramente giovato le realtà locali che, certo, avrebbero dovuto fare uno sforzo per superare un malinteso localismo che non deve significare perdita di identità ma arricchimento di risorse.
La politica, quella nobile, che non si occupa di gossip, deve essere quella che, con sguardo lungo, tratteggia la strada dove le generazioni future potranno camminare più spedite e questa sarebbe stata una grande occasione per iniziare un percorso nuovo e avvicinare il paese al futuro prossimo.
*Avvocato, assessore provinciale di Terni, presidente dell’Assemblea nazionale organismo unitario dell’avvocatura
