di Walter Verini*
Ho partecipato due volte, in pochi giorni, ad assemblee presso l’Itis di Terni Allievi-da Sangallo. Ho trovato ragazzi attenti e motivati. Una dirigente scolastica – Cinzia Fabrizi – sensibile e aperta e insegnanti e collaboratori altrettanto impegnati. La scuola, insieme all’Api e all’Anppia (l’associazione dei partigiani e quella dei perseguitati politici antifascisti) mi aveva invitato a parlare in occasione della Giornata della Memoria del 27 gennaio e della Giornata del Ricordo del 10 febbraio.
Nella prima occasione, un sindacato di sinistra ha ritenuto di protestare per la presenza di una collega parlamentare di destra, venuta a condannare l’Olocausto e il nazismo. Per reazione, nei giorni scorsi, qualche nostalgico neofascista ha ritenuto di protestare perché a condannare la vicenda delle Foibe c’era l’Anpi. Non sono stati fatti locali. Qua e là, in qualche altra realtà, in qualche consiglio comunale, ci sono state polemiche su questi punti. Da qualche nostalgico di estrema destra, ancora imbarazzo nel pronunciare parole chiare sul nazifascismo e da qualche ambiente di una sinistra irrimediabilmente datata freno a mano tirato nella condanna delle Foibe.
Del resto, appena un anno fa, vittima di questa intolleranza era stato perfino il cantautore Simone Cristicchi, autore e protagonista di uno splendido lavoro teatrale sulle Foibe e l’esodo giuliano-dalmata (Magazzino 18, dal libro di Jan Bernas), messo al “rogo” da un incredibile settarismo estremista. Questo clima intollerante non l’ho trovato in quella scuola. Ma fuori c’è ancora.
Che altro deve accadere per superare davvero il Novecento, per cancellare davvero una politica fondata sul mancato riconoscimento dell’avversario? Come non capire che se un esponente di destra celebra i valori fondanti della Resistenza e della Costituzione dopo averli per decenni osteggiati, significa una grande vittoria di quei valori? E come non capire che se una sinistra per troppi anni cieca e imbarazzata davanti alle Foibe riconosce quei limiti (cosa che ormai è avvenuta da anni, grazie innanzitutto ai Violante, ai Veltroni, ai Fassino) si tratta di un grande fatto di civiltà politica, di ricostruzione di una memoria intera? E poi, quando si dice che ricordare orrori come l’Olocausto, tragedie come le Foibe significa non solo onorare la memoria delle vittime, ma anche tenere la guardia alta perché mai più accadano, si dice una grande verità.
Auschwitz e i campi, la soluzione finale, quel “male assoluto” rappresentato dal nazifascismo sono state opera dell’uomo. E la razza umana popola ancora il pianeta. La tragedia delle Foibe, l’esodo di trecentomila italiani giuliano-dalmati avvennero perché i comunisti di Tito, in nome di un cieco odio ideologico, perseguitarono tanti cittadini inermi. Anche quei persecutori erano appartenenti alla razza umana. Sono cose di settanta anni fa, si dirà. Vero. Ma sono anche cose di oggi. Solo quattro anni fa un neonazista uccise settantasette ragazzini che partecipavano a un campeggio in un’isola norvegese, in nome di odio razziale, odio contro la società aperta e il “diverso”. Basta girare per la rete e vedere quanto pericolosi siano i siti neonazisti e negazionisti, pieni di antisemitismo. Oggi, non settanta anni fa.
E cosa sono i terroristi dell’Isis, se non barbari che in nome di un folle fondamentalismo ammazzano cristiani, attentano alle sinagoghe, dichiarano una guerra medioevale e senza quartiere all’Occidente, alla cultura, alla satira? Sono cose di oggi, non del secolo scorso. Per questo è stato giusto ricordare e attualizzare la Giornata della Memoria del 27 gennaio scorso e il Giorno del Ricordo del 10 febbraio. Per questo sono stati importantissimi i primi due “gesti” pubblici del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha voluto appena eletto recarsi alle Fosse Ardeatine e il 10 febbraio partecipare alla Camera al ricordo della tragedia delle Foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. In piena continuità, del resto, con i suoi predecessori Ciampi e Napolitano.
La memoria non può essere “condivisa”. Ci sono i torti e le ragioni. Ma deve essere “intera”, questo sì. E questo aiuta a superare la concezione per cui l’avversario è tale, non un nemico da abbattere, come in Italia è avvenuto fino a pochi anni fa, con il terrorismo e gli anni di piombo. Vittorio Foa, un grande del Novecento, dopo gli anni di galera e confino per mano fascista venne eletto alla Costituente. Lì incontro un repubblichino di Salò, Giorgio Pisanò, che gli porse la mano. Foa gliela diede, come segno di rispetto, e pronunciò queste parole: «La mano te la do, ma non dimentichiamo che tu sei parlamentare perché ha vinto la mia parte, quella della libertà. Se avesse vinto la tua, io sarei ancora in carcere». Ecco, pensavamo che certe cose fossero conquistate. All’Itis di Terni questa impressione mi si è rafforzata. Un sommesso appello ad una certa politica troppo settaria: prendiamo grandi vecchi del Novecento come Foa e dai giovani studenti di oggi, aperti e curiosi.
* Walter Verini, deputato Pd
