di Gianfranco Salierno e Paola Bianchini*

Nessuno si sveglia la mattina con un’ascia, una lattina di benzina e una di acido e va incontro al mondo, non così, non così dal nulla. Allora quali sono i segnali di fronte ai quali abbiamo chiuso gli occhi, quando la freccia ha cominciato a deviare dal suo corso, e siamo stati renitenti alla vita, al suo primo imperativo: quello di essere attenti all’umano e alle sue fragilità. La società, da sempre, si difende dalla malattia mentale, come fosse un mistero da non violare, ancora lo stigma di ammalarsi nella mente viene vissuto come un segreto familiare, qualcosa di cui vergognarsi, con cui si può scendere a patti, nascondendo, omettendo, negando, spostando il problema. Se il dolore di una mente, potesse rientrare nel senso tragico della vita, si prenderebbero sul serio i suoi segnali, quel dolore verrebbe ascoltato, compreso ed indirizzato verso percorsi di cura. Fa parte della ragione umana la possibilità di perderla.

La ragazza che scagiona il carnefice, dichiara quanto sia doloroso e più faticoso amare se stessi, quanto poco sia stata educata a farlo, a prendersi sul serio i suoi desideri, i suoi bisogni e quanto tutto questo spostamento nell’amare l’Altro più della sua vita, l’abbia assolta dal peso di viverla: perché solo l’altro può liberarci dal peso di una soggettività che non sa che fare di se stessa, come ricorda Galimberti.

In tal senso, diventa chiaro, il primato di salvare il proprio carnefice, a Ylenia deve essere sembrato un costo accettabile il rischio corso, piuttosto che essere bruciata, divorata dai propri fantasmi. Si tratta di paure, giganteschi terrori, sia in questo caso, sia nel caso del fidanzato che sfregia con l’acido la ex. Il patimento di essere rigettati dentro sé, senza più delega e spostamento nell’oggetto amato, diventa così doloroso da impedire ogni elaborazione evolutiva.

Più della mia vita, la frase che sigilla la sicurezza degli amanti, il ‘ti amo più della mia vita’, in realtà significa la delega a viverla in maniera individuata ed autonoma.

Il paradiso promesso dalla dipendenza, si trasforma facilmente in un inferno, come questi tragici esempi attestano. E forse, sempre dell’impossibilità ad accettare di essere amati, si tratta, anche nell’omicidio dei due adolescenti, il non poter vivere nel legame e nel vincolo della famiglia. Come in un video gioco, dove la vita e la morte si equivalgono, spogliati del loro imperativo morale e tragico, i ragazzi si liberano dalla dipendenza, distruggendone l’oggetto. Amare è difficile, doloroso e complicato, amare significa essere pronti ad incontrarsi prima dell’altro, accettare di perdersi, senza che questo diventi una minaccia. Nel video gioco posso spostare tutto, rovesciare questa complicatissima relazione tra dipendenza e indipendenza e sentirmi sciolto da ogni vincolo, al di là del bene e del male, avendo l’illusione di autodeterminarmi, non accettando il dolore che ogni legame comporta. Si ha paura di ciò che non si accetta, di ciò che non si conosce e le paure inascoltate, generano mostri. Non sappiamo rispondere alla tragedia, non siamo più all’altezza del caos che il tragico produce, ci rassicura l’idea che siano solo schegge impazzite dentro un mondo che ha, ancora, un suo ordine. Ma di questo universo frammentato, queste schegge impazzite, ne sono tragicamente il volto.

*Gianfranco Salierno è psichiatra e direttore Csm di Magione. Paola Bianchini, già assegnista di ricerca presso l’università di Perugia prima in Estetica e poi in Filosofia teoretica, dopo esser stata assistente universitaria, lavora da tempo nei processi di personalizzazione in medicina finalizzati al miglioramento delle risorse umane e allo studio fenomenologico in campo di salute mentale. Attualmente collabora con il Csm di Magione