di mons. Ernesto Vecchi*
E’ stata una scelta che segna una svolta nella concezione del Pontificato. E’ importante che le prime parole di papa Francesco siano un porsi al servizio del popolo nel quale vede la presenza di Dio. In questa elezione c’è lo Spirito di Dio che ha dato un segnale forte alla Chiesa. La scelta del nome Francesco vuol dire mettere insieme, dopo tanti secoli, la gerarchia con la profezia, una sintesi perfetta tra la grandezza e il potere che Francesco d’Assisi ha sempre rispettato, vivendo però la sua fede nella profezia e nella libertà dal denaro e dai piaceri di questo mondo, sempre capace di parlare sia ai potenti che al popolo. Una scelta che fa capire che non è la contrapposizione tra le parti del globo, ma un’integrazione tra la parte del mondo che possiede i beni e chi non li possiede quella che garantisce un futuro, un’integrazione sotto la regia di Dio, un’integrazione globalizzata per l’umanità che, senza Dio, rischia di frammentarsi.
Per la prima volta un Papa che si chiama Francesco, che è gesuita e che riconcilia all’interno della Chiesa questi carismi che tutti dicevano contrapposti. L’Umbria deve essere orgogliosa della scelta del nome di un Santo di questa terra così importante. C’è da ben sperare perché con il nuovo Papa prevale certamente la pastorale sulla diplomazia, soprattutto ha messo in evidenza la collegialità della Chiesa con il popolo, la preminenza dell’ecclesialità più che della diplomazia, perché i fedeli vogliono dei pastori che camminino con loro. Nella Chiesa, papa Francesco, è dentro da molto tempo, sa benissimo quali sono i problemi al suo interno. La sua sintesi è quella della carità nella verità, cioè attenzione ai poveri, al popolo di Dio che confida nel Signore con maggiore snellezza, più spogliati e vivendo nella preghiera profonda.
Finalmente abbiamo visto che il Concilio Vaticano II è stato portato avanti, con questa nomina è riemersa l’esigenza della riforma conciliare nella continuità, ossia l’innestarsi nella tradizione per recepire il messaggio di un passaggio epocale dall’Europa al mondo intero.
Segna una rivoluzione e continuità sulla scia del Concilio Vaticano II, ossia nella collegialità, pastoralità, essenzialità e leggerezza della chiesa per rimanere veramente in Cristo nella comunione mondiale. Il passato che si apre al futuro in una chiesa che trova al suo interno la capacità di rinnovarsi sospinta dallo Spirito Santo.
La chiesa oggi ha bisogno di essere più leggera, più povera, ma molto più obbediente al Papa e ai Vescovi. Francesco che era ricco si è fatto povero, questo papa che è nato povero si è fatto ricco di Spirito Santo. Siamo in un momento felice perché al di là di tutti i problemi avuti la Chiesa ha al suo interno la forza di reagire e riprendersi.
*Amministratore apostolico della diocesi di Terni-Narni-Amelia
